Rotifero drago

L'immagine inquadra un esemplare di Synchaeta pectinata, una specie di rotifero nota come rotifero drago.

Si chiamano rotiferi (lat. rotifera, "portatori di ruota") dei piccoli nematelminti, lunghi da 0,4 mm a 3 mm, il cui corpo si articola in una testa, un tronco che costituisce l'apparato digerente, e un "piede", con cui l'animale dirige i suoi movimenti oppure, in alcune specie, si mantiene fisso al substrato. La testa è coronata da una struttura costituita da cilia sostenute da cuscinetti che, contraendosi ritmicamente provocano dei vortici di acqua in modo da convogliare il cibo verso la bocca (apparato rotatorio). L'apparato digerente è costituito da molte parti: orifizio orale, faringe ciliata (mastax), esofago, stomaco, intestino, cloaca, orifizio anale, che sbocca sopra il piede. Il mastax è una perfetta macchina per la presa e la frantumazione del cibo. Sopra il mastax si trova un ganglio cerebrale a forma di sacco. Coppie di sottili cordoni nervosi collegano questo rudimentale cervello al ganglio del mastax e al ganglio del piede, in modo da coordinare la masticazione e il movimento del piede.
Possiedono un numero limitato di cellule, che non aumenta nella fase di crescita dell'organismo formato; vivono circa una settimana. La cute dei rotiferi è costituita da un'unione di numerose cellule che non sono fra loro delimitate da membrane. Le zone superficiali mostrano un ispessimento plasmatico che varia in lunghezza e spessore, e che, a seconda del tipo di rotifero, determina una corazza, oppure una membrana flessibile e trasparente, attraverso la quale, come in questo caso, si possono osservare gli organi interni: dalla  struttura  cartilaginea sovrastante il mastax (in basso a sinistra) fino ai tensori tendinei che muovano il piede.

I rotiferi sono animali prevalentemente d'acqua dolce (solo il 3% delle specie conosciute vive in acque salate). Synchaeta pectinata è presente nel plancton di piccoli laghi, più frequentemente dall'autunno alla primavera.

Microscopio ottico con contrasto di fase

Il microscopio ottico è uno strumento che sfrutta la luce visibile per creare un'immagine ingrandita di un oggetto sfruttando la rifrazione della luce: è infatti costituito da due sistemi di lenti (l'obiettivo e l'oculare) montati alle due estremità di un tubo chiuso. L'obiettivo produce un'immagine reale ingrandita dell'oggetto, che si forma nel punto focale dell'oculare, in modo che questo fornisca all'osservatore un'immagine virtuale ingrandita.
La luce viene concentrata con un condensatore sul campione, che viene solitamente osservato in trasparenza. Il potere d'ingrandimento totale dello strumento è determinato dalla lunghezza focale dei due sistemi di lenti. Il potere risolutivo del microscopio ottico ha comunque un limite invalicabile che è legato sostanzialmente alla lunghezza d’onda della luce impiegata, quindi le dimensioni dell'oggetto più piccolo che si riesce a distinguere non possono essere molto inferiori al micrometro.
L'attrezzatura accessoria del microscopio ottico comprende il piano portacampioni e alcuni dispositivi di regolazione della distanza dell'obiettivo dall'oggetto, per la messa a fuoco.
In genere, i campioni da osservare vengono posti fra due sottili vetrini rettangolari e fissati sul portacampioni, che reca al centro un foro attraverso il quale passa la luce. Per realizzare le microfotografie, la macchina fotografica viene sistemata al posto dell'osservatore attraverso un apposito tubo che si sostituisce all'oculare e sfrutta l'ottica dell'obiettivo del microscopio.
Un ulteriore incremento alla visibilità dei dettagli è dato dal tipo di luce utilizzata e dalla sua condensazione. La micrografia in figura è stata realizzata utilizzando un particolare dispositivo che, a livello del condensatore, suddivide la luce in due porzioni di fase differente e con diverso angolo di incidenza. Questa tecnica, detta microscopia a contrasto di fase, rende visibili parti del campione che risulterebbero normalmente trasparenti.




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Controluce è una raccolta di immagini scientifiche provenienti dai laboratori di ricerca.

La scienza procede per modelli e anche per immagini. L'osservazione dei fenomeni, gli esperimenti di laboratorio, l'intuizione matematica, le simulazioni al computer utilizzano in molti casi la sintesi e la capacità evocativa di un'immagine. Sopratutto, le immagini sono un irrinunciablile ingrediente della comunicazione della scienza, sia interna che esterna a una certa disciplina.

Le immagini di Controluce vengono scelte e descritte da Ulisse con un lavoro di confronto e di dialogo con gli scienziati che le hanno prodotte. Si tratta di immagini che nascono direttamente dall'attività di ricerca, ma che hanno un alto potenziale comunicativo anche per un pubblico più ampio.

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