L'autonomia dei robot

Robot

Su un noto quotidiano leggo la notizia riportata col titolo "L'algoritmo delle bugie e i robot possono mentire". Mi chiedo cosa significa algoritmo per dire bugie. Le questioni che pongo sono due:

1) se c'è un algoritmo vuol dire che le "bugie" sono in qualche modo programmate, quindi anche prevedibili e comunque non "sincere" cioè formulate con cognizione di fatto;

2) nel caso umano, la bugia ha due modalità: o viene formulata inconsapevolmente (riporto sincero di una bugia detta da altri), oppure detta consapevolmente per fuorviare l'interlocutore.

Nell'ultima modalità c'è la malizia che è una facoltà tipicamente umana. I robot possono essere maliziosi? possono avere coscienza di quello che "dicono"? Potrebbero "consapevolmente" mentire a qualcuno e essere sinceri con altri su uno stesso argomento?

La domanda finale è questa: a che punto è la ricerca sull'intelligenza artificiale? Veramente si possono progettare macchine con pensiero autonomo?

Grazie.

gennaro cangiano
15 settembre 2010
La domanda è molto complessa.

Nell'accezione corrente, la capacità di mentire è quasi esclusivamente umana. Altre specie animali (per esempio certi uccelli e certi mammiferi superiori) possono adottare comportamenti atti a trarre un vantaggio o a evitare un danno, ma a quanto pare in tali condotte non si ravviserebbe l'intenzionalità consapevole (la “malizia”) quanto piuttosto una programmazione vicina all'istintualità. In un certo senso, nell'uomo la capacità di mentire è spesso associata al senso dell'umorismo. Tra parentesi, direi che riportare in buona fede una bugia udita da altri non configura un comportamento menzognero.

La capacità di mentire è fortemente correlata alla capacità linguistica, soprattutto nella sua forma verbale, di cui l'uomo è quasi assoluto detentore.

Non si dimentichi che il “gioco dell'imitazione” (in cui un uomo tenta, mentendo, di farsi passare per una donna agli occhi di un esaminatore e su cui Turing basò il suo famoso esperimento concettuale del 1956, mirante a rispondere alla domanda se una macchina possa pensare) è basato essenzialmente sulla capacità di dire bugie.

Finora nessun programma (algoritmo) è riuscito neppure lontanamente a superare il test di Turing, cioè a farsi passare per un essere umano rispondendo alle domande di un interlocutore umano. E probabilmente, come osserva il lettore, questa incapacità deriva dalla natura piuttosto rigida dell'algoritmo. Rigida non nel senso di non offrire anche guizzi di imprevedibilità (esistono algoritmi aleatori), ma di essere confinato quasi esclusivamente alla dimensione sintattica. Agli algoritmi manca (quasi del tutto) la semantica (la “cognizione di fatto”, l'intenzionalità, che può configurarsi solo nella semantica, come ha argomentato John Searle con il suo esperimento concettuale della stanza cinese).

Gli algoritmi sono sostanzialmente ciechi. È questo, tra l'altro, il motivo per cui il robot costituisce un passo avanti rispetto ai programmi di IA: il robot interagisce con un ambiente esterno, anche se, almeno per il momento, in modo molto meno ricco e variegato degli umani. Sarebbe interessante chiedersi, a proposito dei programmi che giocano a scacchi: può uno di questi programmi “tentare” (o “sperare”) di indurre l'avversario in errore? Può un programma “gioire” se l'avversario cade nella trappola? Può un programma “decidere” di perdere la partita? Questi aspetti, che potremmo definire psicologici, cioè di ordine superiore, o almeno diverso, rispetto al piano sintattico del gioco, paiono mancare nelle strategie dei programmi.

La povertà della semantica, tra l'altro, impedirebbe a un robot di calibrare le menzogne a seconda dell'interlocutore, se non in casi semplicissimi, in cui gli interlocutori fossero distinti da contrassegni elementari che scatenassero un comportamento sincero oppure menzognero. Ma resterebbe la questione di fondo, che contrassegna tutta l'intelligenza artificiale: il programma, o il robot, non “capirebbe” ciò che sta facendo (vedi ancora Searle), anche se il suo comportamento fosse un'imitazione raffinatissima del comportamento umano (e questo già Cartesio l'aveva capito).

Infine, per quanto riguarda l'autonomia di pensiero delle macchine: la nozione di autonomia è molto spinosa, e si potrebbe porre con qualche fondamento anche a proposito degli esseri umani, per i quali confinerebbe rischiosamente con quella di “libero arbitrio”. Forse, come aveva già osservato Turing, la domanda se le macchine possano (in futuro) pensare è una domanda mal posta, perché non avremmo comunque modo di accertarlo, anche se la macchina affermasse in tutti i modi di essere capace di pensare.

Ma c'è un'altra considerazione: come non possiamo attribuire la capacità di pensiero a un neurone o a un milione di neuroni, o a un cervello... ma solo a un cervello inserito in un cranio che faccia parte di un corpo immerso in un ambiente... così possiamo attribuire pensiero solo al vasto sistema macchina-uomo-ambiente. Questa visione “filosofica” dell'intelligenza è troppo vaga per essere di utilità pratica nella progettazione di macchine “intelligenti”, ma può essere utilissima in fase di collaudo, cioè per verificare (e ridimensionare) le pretese di alcuni ricercatori e dei loro manufatti.

In ogni caso la ricerca continua...


Giuseppe O. Longo Dipartimento di Elettrotecnica Elettronica Informatica (DEEI), Università di Trieste

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