Buongiorno, ho letto la bella risposta del professor Molesini sulla differenza tra la riflessione e la diffusione. Però a me restano sempre questi dubbi:
1- se davvero ciò che fa la differenza è solo la rugosità della superficie, perchè esistono corpi (come la mia vasca da bagno o un qualsiasi oggetto con superficie lucida) che, per quanto abbiano, almeno all'apparenza, una superficie molto liscia e levigata, ci appaiono colorati? La differenza non sta piuttosto nella natura del materiale (metallico o meno?) Forse perchè parliamo di rugosità tanto piccole (dell'ordine della lunghezza delle onde luminose o ancor meno) tali per cui ciò che percepiamo al tatto non è influente?
2- per una superficie metallica satinata si parla di diffusione o di riflessione? Visto che i raggi sono sparati disordinatamente verrebbe da dire diffusione ma certamente l'effetto è molto diverso rispetto ad esempio ad un corpo bianco
3- se la superficie metallica riflettente viene
percepita con una coloritura (ad esempio il giallo dell'oro o l'arancio del
rame), questo colore è dovuto ad una selezione delle frequenze operata sui raggi
riflessi oppure significa che c'è una componente diffusa?
Nelle domande della lettrice sono intrecciate due questioni, non del tutto
indipendenti: una è quella del rapporto tra riflessione speculare e diffusione
della luce, che è legata esclusivamente alla struttura geometrica del materiale
(cioè se la superficie è liscia o rugosa, ma anche se la struttura interna è
omogenea o disomogenea); l’altra è quella del colore, che oltre a dipendere
dalla natura della riflessione (speculare o diffusa), dipende soprattutto dalla
natura e composizione del materiale.
Conviene premettere alcune nozioni basilari sul colore. Il colore della
luce dipende dalle lunghezze d’onda (o frequenze) delle onde elettromagnetiche
di cui è composta. I colori “puri”, ossia che corrispondono ad una sola
lunghezza d’onda, sono quelli dell’arcobaleno (si tratta di uno spettro
continuo di sfumature di colore, che però possono essere raggruppati in sei
colori principali: rosso, arancione, giallo, verde, blu e violetto, in ordine
di lunghezze d’onda decrescenti).
Altri colori scaturiscono dal mescolamento di diversi colori puri. Ad
esempio, se c’è una distribuzione più o meno uniforme di energia luminosa tra
tutte le lunghezze d’onda visibili, la luce ci appare normalmente bianca (ma
può anche apparirci grigia, vedi sotto). Il colore degli oggetti dipende a sua
volta dalla distribuzione di energia tra le varie lunghezze d’onda della luce
che gli oggetti riemettono (luce riflessa, trasmessa o diffusa), quando essi
vengono illuminati da luce bianca. Quindi la luce riflessa o diffusa da un
oggetto appare colorata se la percentuale di luce riflessa o diffusa rispetto a
quella incidente è più alta per certe lunghezze d’onda che per altre.
Il colore che percepiamo di un oggetto è però in parte anche il risultato
di un processo di elaborazione mentale. Ad esempio se l’oggetto viene
illuminato da luce non bianca il suo colore effettivo cambia, ma spesso il
cervello compensa almeno in parte il cambiamento (dato che percepisce anche la
luce diretta della sorgente e quindi può effettuare una correzione) e rielabora
mentalmente il colore che l’oggetto avrebbe in caso di illuminazione normale.
Inoltre il cervello è addestrato anche a valutare la percentuale di luce
riflessa o diffusa dall’oggetto in rapporto all’illuminazione presente,
basandosi sul paragone tra l’emissione di oggetti vicini. In questo modo, un
oggetto che diffonde ad esempio tutta la luce incidente con efficienza di quasi
il 100% ci appare bianco (e questo continua a essere vero anche se la luce con
cui è illuminato è fioca), mentre uno che diffonde la luce al 50-60%, con
efficienza comunque uguale per tutte le lunghezze d’onda, ci appare grigio
(anche se illuminato con luce intensa); infine un oggetto che assorbe quasi
tutta la luce che lo illumina, diffondendone indietro solo piccole percentuali,
ci appare nero. Allo stesso modo, un oggetto che diffonde solo la componente
gialla della luce incidente, assorbendone il resto, ci appare giallo se la
percentuale di luce diffusa è alta, mentre inizia ad apparirci marrone se la
percentuale è bassa.
Veniamo ora alla questione della rugosità e del rapporto tra riflessione e
diffusione. Un oggetto di composizione omogenea e dalla superficie
perfettamente liscia alla scala della lunghezza d’onda della luce visibile,
ossia delle frazioni di micron, se illuminato restituisce solo luce
riflessa specularmente, senza alcuna componente diffusa (escludiamo qui il caso
di oggetti trasparenti, per i quali c’è anche la luce trasmessa attraverso
l’oggetto). In questo caso, l’oggetto ci appare come uno specchio, e il nostro
cervello non gli attribuisce un colore definito, in quanto in esso vediamo riprodotti
i colori delle immagini riflesse. Questo avviene anche se parte della luce
incidente è assorbita e solo parte è riflessa, purché il coefficiente di
riflessione sia più o meno uniforme per tutte le lunghezze d’onda; se la
riflettività dell’oggetto non è alta lo specchio ci appare “scuro”, ma comunque
non acquista ai nostri occhi un colore definito, perché il cervello interpreta
la ridotta luminosità delle immagini come l’effetto di una minore illuminazione
ambientale. Uno specchio può tuttavia apparire colorato se il suo coefficiente
di riflessione non è invece uguale a tutte le lunghezze d’onda, per cui
riflette di più alcuni colori e meno altri, alterando così la coloritura
originale degli oggetti riflessi.
All’estremo opposto, se un oggetto presenta una superficie esterna molto
rugosa alla scala delle frazioni di micron, esso dà luogo solo ad una “riflessione
diffusa”, ossia disordinata, con raggi emessi in varie direzioni che non hanno
alcuna relazione con quella della luce incidente. In questo caso l’oggetto ci
appare perfettamente opaco (non nel senso di scuro, ma di “non lucido”). Inoltre,
l’oggetto acquista un suo colore ben definito, legato alla frazione di luce
riemessa alle varie lunghezze d’onda come spiegato sopra.
Se però la rugosità non è molto forte, può accadere che la riflessione
diffusa non sia del tutto disordinata, ossia che i raggi riflessi tendano a
raccogliersi attorno alla direzione di riflessione speculare. In questo caso
osservando l’oggetto illuminato vi notiamo una sorta di immagine molto sfocata
della sorgente luminosa. In questo caso l’oggetto ci appare colorato, ma con un
“effetto lucido” o “lucente”, dovuto appunto alla riflessione confusa delle
sorgenti luminose. Molti metalli, se la loro superficie non è stata
appositamente levigata a specchio, hanno proprio questa apparenza. Ovviamente
una superficie satinata tende a dare una riflessione più diffusa, anche per un
metallo, mentre lo stesso metallo può assumere l’aspetto di uno specchio se la
sua superficie è stata levigata a sufficienza. In entrambi i casi può apparire
una coloritura se la percentuale di luce riflessa o diffusa non è uniforme per
tutte le lunghezze d’onda. E’ questo il caso dell’oro (che riflette poco il blu
e il violetto, per cui ci appare giallo) e del rame (che riflette male anche
una parte del verde). L’alluminio e l’argento, invece, riflettono in modo
uniforme tutte le lunghezze d’onda e quindi ci appaiono grigi chiari, se sono
opachi, o come specchi (e quindi senza colore), se sono perfettamente lucidi.
Esiste infine un ultimo caso da considerare, che è quello di oggetti che
danno luogo simultaneamente sia ad una riflessione speculare (per una certa
frazione della luce incidente) che ad una riflessione diffusa (per un’altra
frazione). Questo si verifica perché questi oggetti hanno una superficie
esterna liscia, ma al loro interno posseggono una struttura disomogenea (sempre
alla scala della lunghezza d’onda). La luce incidente viene allora in parte
riflessa dalla superficie esterna, ma in parte penetra e viene quindi diffusa
indietro dalla struttura interna disordinata. Anche un oggetto del genere ci
appare colorato (a causa della componente di luce diffusa) e lucido (a causa
della componente riflessa), anzi può apparire anche più lucido di quanto non
appaia un oggetto che produce una diffusione parzialmente disordinata. Il
nostro occhio infatti nota la componente di luce riflessa, riconoscendo in essa
l’immagine di altre sorgenti di luce che illuminano l’oggetto (lampade, luce
solare, ecc.) e interpreta tale osservazione appunto come “effetto lucido”. A
volte tale situazione è creata artificialmente dalla presenza di un sottile
strato trasparente e liscio che ricopre un oggetto che di per sé sarebbe opaco,
come avviene con una vernice trasparente “smaltata”. Un esempio è proprio
quello di molte ceramiche lavorate, come per la vasca da bagno.
Per finire, la capacità del tatto di discriminare la rugosità di una superficie a scale molto piccole è tuttora oggetto di ricerca. Il tatto (in particolare quello delle dita, che sono più sensibili) in opportune condizioni sembra essere in grado di percepire rugosità fino ad una scala di pochi micron, quindi molto prossima alla lunghezza d’onda della luce, ma leggermente superiore. Perciò, mentre è chiaro che un oggetto non liscio al tatto deve necessariamente essere anche opaco alla vista, in quanto produce solo una riflessione diffusa, possono esservi oggetti perfettamente lisci al tatto, ma che alla scala delle lunghezze d’onda sono comunque rugosi, per cui ci appaiono comunque opachi.