Si può rigenerare lo strato di ozono mediante immisione volontaria da parte dell'uomo di gas "salutari"?
Grazie
Le conoscenze delle dinamiche chimiche sulla formazione e decomposizione dell'ozono stratosferico (e troposferico) danno delle indicazioni dalle quali si possono individuare sostanze in grado di favorire la formazione di ozono stratosferico e/o di bloccare l'azione delle sostanze che lo riducono. Nella pratica le caratteristiche di tali sostanze, la quantità necessaria e le modalità di invio nella zona atmosferica di interesse, le incognite dovute alle variabili chimico-fisiche ambientali rendono estremamente difficoltosa una azione in tal senso e alquanto incerti i risultati.
Per questo l’opzione attuale di arrivare alla eliminazione dei precursori antropogeni dei "distruttori d'ozono" e contare sulle capacità dell'ecosistema della stratosfera di sanare i danni umani appare quella più certa e sensata, anche se di lungo periodo.
L'utilità per i processi ambientali del nostro pianeta dell'ozono stratosferico (tra i 15 e i 50 km di altitudine, la fascia di maggiore interesse è tra i 25 e i 30 km) risiede nella caratteristica di questa molecola di assorbire la luce proveniente dal sole nello spettro ultravioletto (lunghezza d'onda 220-330 nm). Se l'ozono non "fermasse" parte di questa radiazione gli esseri viventi subirebbero seri danni.
L'assorbimento dell'ultravioletto da parte della molecola di ozono determina la rottura dei legami chimici (l'ozono è costituito da 3 atomi di ossigeno, si tratta di un legame "debole" rispetto a quello dell'ossigeno atmosferico, costituito da due atomi di ossigeno) in una reazione esotermica (che produce calore). Infatti la fascia ove l'ozono stratosferico ha una concentrazione maggiore (circa 10 ppm) è più calda rispetto alle fasce atmosferiche sottostante e sovrastante, favorendo l'effetto serra che rende possibile il mantenimento di una temperatura media sulla superficie in grado di garantire l'attività biologica degli organismi viventi (come tutti gli ecosistemi l'effetto serra è parte di un equilibrio dinamico regolato da una serie di parametri che, se sbilanciati, in eccesso o in difetto - ultimamente in eccesso per colpa delle attività umane - creano scompensi che il sistema cerca di riequilibrare con propri mezzi, non sempre "graditi" dall'uomo).
La funzione della stratosfera e il ruolo dell'ozono ovvero l'equilibrio chimico naturale (naturalmente variabile in relazione alle dinamiche del sistema complessivo) tra dissociazione dell’ozono per effetto dei raggi e riformazione dello stesso per reattività dei radicali presenti, sono stati messi in discussione da alcune sostanze antropiche che impediscono la riformazione di ozono in quanto sottraggono all'equilibrio l'ossigeno atomico prodotto nella rottura della molecola di ozono per effetto dell'assorbimento della luce ultravioletta. Si tratta di gruppi radicalici - per definizione reattivi - tra i quali vi sono l'ipocloroso (ClO-), il Cl-, , l'ipobromoso (BrO-), il Br- a loro volta prodotti dai cloro-bromo o cloro-fluoro carburi (idrocarburi alogenati, CFC, Halons) ampiamente utilizzati dall'uomo come solventi, schiume polimeriche, spray, fluidi di scambio termico ecc in sostituzione di altre sostanze pericolose (i CFC sono innocui per l'uomo, sono più leggeri dell'aria e non vengono attaccati dai radicali nella fascia più bassa dell'atmosfera ma, quando arrivano nella troposfera vengono dissociati dalle radiazioni solari rilasciando cloro, bromo e radicali che li contengono).
L'uomo ha tentato di mettere una pezza al problema vietando queste sostanze, via via sostituite da altre che non possiedono l’effetto indesiderato o hanno un effetto "anti ozono" molto basso. Oggi siamo in attesa che la scelta si riveli quella giusta e l'ecosistema sia messo nelle condizioni di invertire la tendenza ovvero cessi l'effetto dei radicali ancora "galleggianti" nella troposfera. Per identificare segni certi di una "ripresa" dell'ozono ci vorranno decine d'anni anche se diverse misurazioni sulle zone più sensibili (i poli) hanno dato segnali incoraggianti anche se non ancora non è certa una costante inversione di tendenza.
A livello teorico si potrebbe accelerare tale riequilibrio o immettendo nella stratosfera delle sostanze che "assorbano" il cloro e gli altri alogeni ovvero in grado di reagire con questi ultimi in modo preferenziale rispetto all'ossigeno e tali da produrre dei legami sufficientemente forti per resistere all'energia della luce ultravioletta.
Sempre a livello teorico si potrebbe cercare di "sottrarre" l'ossigeno atomico disponibile (dovuto alla naturale dissociazione dell'ozono stratosferico per opera dell'ultravioletto) alle reazioni con cloro e alogeni per "costringerlo" a tornare verso la molecola di ossigeno e riformare ozono. Una operazione del genere potrebbe sfruttare i meccanismi che - nella troposfera (0-15 km di altezza) - producono ozono indesiderato dai nostri polmoni (l'ozono è uno degli inquinanti secondari che costituiscono lo "smog fotochimico", principale inquinante estivo delle zone metropolitane ma non solo).
Si tratta di complessi equilibri alla cui base vi è l'azione ossidativa prodotta dai radicali ossidrilici (OH-) presenti nella troposfera che agiscono sugli inquinanti primari, organici e inorganici. La reazione che interessa la produzione di ozono troposferico è quella che avviene tra monossido di carbonio e ossigeno e/o metano (o altri composti organici volatili) e ossigeno, in ambienti ricchi di ossidi di azoto (gli ossidi azoto e il monossido di carbonio sono tipici inquinanti connessi con tutte le forme di combustione ed in particolare in quelle a temperature elevate come centrali termoelettriche, sistemi di riscaldamento, automobili ecc).
Questa seconda, potenziale, soluzione appare per la sua complessità (incluse reazioni parassite non facilmente ipotizzabili se non sperimentando nelle medesime condizioni ambientali) e per la pericolosità delle sostanze in questione tale, a mio avviso, da scartare in partenza.
La prima soluzione (immissione di sequestranti di alogeni) potrebbe essere teoricamente più fattibile sempre che esista un elemento (il sodio o altri elementi basici ?) che possa essere "immesso" nella stratosfera rimanendoci un tempo sufficiente (quindi oltre all'elemento occorre individuare una molecola che lo contenga, sufficientemente "leggera" e reattiva con gli alogeni ma non con l'ossigeno, i cui prodotti di reazione a loro volta non costituiscano un pericolo per la stratosfera o altre componenti dell'atmosfera).
Tenuto conto della vastità della matrice ambientale da sottoporre a un tale "bombardamento", anche solo considerando la fascia tra 25 e 30 km di altezza si tratta comunque di una superficie maggiore di quella del pianeta, i contro (le incertezze) rispetto ai pro appaiono predominanti e risulta più saggio quanto finora fatto ovvero tendere ad azzerare ogni ulteriore immissione di sostanze "anti ozono" e attendere con pazienza il ristabilimento dell'equilibrio naturale (e prima di immettere nuove sostanze nell'ambiente verificare molto bene i possibili effetti e non immetterle se vi sono anche solo dubbi sui loro effetti; applicare in altri termini il "principio di precauzione" risalente al Protocollo di Rio del 1992).
Quest'ultima considerazione fa emergere un aspetto generale che va al di là della domanda in questione.
La tendenza dell'uomo tecnologico-capitalista è di adottare tecnologie e prodotti nuovi senza preventivamente valutarli attentamente sotto il profilo ambientale, in particolare senza porsi la questione che tutte le merci prima o poi divengono rifiuti e “ritornano” all’ambiente.
L’unica scelta “compatibile” (prima ancora che “sostenibile”) sarebbe quella di vietare la produzione di nuove merci fino a che non ne sia dimostrata l’innocuità lungo il loro intero ciclo di vita (per innocuità possiamo intendere la capacità dell’ambiente – naturale e antropico – di riassorbire e/o rendere innocue i materiali costituenti le merci senza determinare effetti nocivi per l’ambiente e gli esseri eventi).
L’attuale paradigma “tecnologico-ambientalista” si fonda invece sulla ricerca di “pezze tecnologiche” a fronte di guasti evidenti delle scelte del sistema economico.
Queste pezze, nella maggior parte dei casi, sono costituite da interventi “end of pipe” ovvero inserire un qualche sistema di abbattimento per ridurre i rilasci di inquinanti nell’ambiente, senza modificare significativamente il ciclo produttivo e di consumo.
Qualche effetto positivo vi è stato ma si tratta di effetti che, nel breve e medio periodo, vengono annullati dall’allargamento della platea delle merci ancorché “ecologiche” (es. auto catalizzate in cambio di assenza di politiche di riduzione dell’uso di mezzi individuali di mobilità).
Dietro queste scelte vi è anche (nonostante la lunga sequela di errori e disastri ambientali) una immodificata fiducia nella capacità della tecnica di riparare i danni procurati dalla stessa tecnologia, ma anche la "fretta" di ottenere risultati per dimostrare la possibilità di continuare le produzioni senza drastiche limitazioni, in un ciclo economico-tecnologico ove quello che conta è il risultato immediato (ad esempio i bilanci trimestrali delle imprese, una miopia che ha prodotto anche l'attuale crisi economico-finanziaria).
In altri termini, come ci ricorda Einstein : "I problemi non possono essere risolti dallo stesso atteggiamento mentale che li ha creati" ( e finisce che i chimici tornano alchimisti se non apprendisti stregoni).