Buongiorno, ho letto l'articolo da voi pubblicato inerente alla produzione di nanofili di arseniuro di gallio. Non sono uno scienziato ma cerco di informarmi, per quanto possibile, soprattutto nel campo dell'ambiente e delle conseguenze derivanti dalla sua alterazione. Ora mi chiedo se questi filamenti, tanti piccoli e impalpabili, nell'ordine di 100nm di diametro, possano diffondersi nell'aria e, se così fosse (a buon senso, credo proprio di sì), come si comportano gli organi e i tessuti (del nostro corpo, ad esempio) se questi filamenti vi penetrano all'interno! O se, peggio ancora, penetrano all'interno delle cellule passando attraverso la membrana cellulare! Leggendo gli studi condotti dal Dott. Montanari di Modena, inerenti le nanopatologie, credo che non ci sia da star sereni! Riuscite a farmi avere una risposta a questi interrogativi?
Grazie mille
È stato stimato che nel 2014 il mercato delle nanotecnologie avrà un valore compreso fra 1 e 2 miliardi di dollari. Queste tecnologie, infatti, trovano applicazioni in molti settori e promettono di portare importanti avanzamenti in campi che vanno dall’elettronica alla medicina, passando per il settore alimentare, cosmetico e altri ancora. Ma proprio perché ci si aspetta una forte crescita nella produzione di nanomateriali, è doveroso individuare gli eventuali rischi posti da queste tecnologie prima di una loro immissione massiccia sul mercato.
Rispetto alla salute, il rischio che appare più verosimile è che le nanoparticelle, una volta entrate nell’organismo, possano interagire con cellule e tessuti innescando processi patologici. Il timore è legato alla conoscenza dell’azione patogenetica dell’asbesto, le cui fibre provocano infiammazioni e, nel lungo periodo, sono all’origine del mesotelioma, il tumore del mesotelio (lo strato di cellule che riveste le cavità che accolgono polmoni e altri organi).
Proprio dalle caratteristiche delle fibre che provocano il mesotelioma, i tossicologi hanno derivato il paradigma che le fibre pericolose per la salute sono quelle più sottili di tre micrometri, più lunghe di 20 micrometri e biopersistenti,che non si rompono cioè in componenti più piccole e non vengono degradate dall’organismo. Le dimensioni considerate a rischio sono quindi compatibili con quelle di alcune nanoparticelle. Per quanto riguarda la persistenza, invece, permangono dei dubbi.
Diversi studi hanno verificato che le nanoparticelle sono in grado di penetrare all’interno delle cellule, e una ricerca dell’Università di Edimburgo (Regno Unito), pubblicata nel maggio del 2008 su "Nature Nanotechnology" ha anche dimostrato che i nanotubi iniettati nella cavità peritoneale dei topi provocano lesioni non diverse da quelle causate dalle fibre di asbesto. Gli stessi ricercatori però interpretano con estrema cautela il risultato: non è chiaro, infatti, se lo stesso effetto si può verificare anche se i nanotubi vengono inalati, anziché iniettati direttamente nel peritoneo, né se le lesioni osservate evolveranno in tumore, come avviene nel caso dell’amianto, e non si sa neppure se i nanotubi hanno la biopersistenza necessaria a provocare il mesotelioma.
Sono quindi necessari altri studi, che tengano anche in conto della composizione delle nanoparticelle analizzate, oltre che della dimensione. Le nanoparticelle sono infatti estremamente reattive, per via dell’elevato rapporto superficie/massa.