Quali sono le possibili soluzioni all'inquinamento dei rifiuti? Quali sono i motivi per non costruire un inceneritore e le alternative?
I rifiuti sono di due tipi: i rifiuti solidi urbani (RSU) che sono quelli prodotti quotidianamente nei centri abitati; i rifiuti speciali che sono quelli prodotti dall’industria, negli ospedali, nella produzione di energia. Questi ultimi sono potenzialmente molto inquinanti a causa della componente – spesso anche tossica e nociva – di cui sono composti. Vanno perciò smaltiti in modo rigorosamente attento ai siti e alle modalità con le quali le diverse componenti devono esserlo per evitare danni all’ambiente e alla popolazione. Questo tipo di smaltimento è, di conseguenza, costoso e capita spesso che produttori senza scrupoli di questi rifiuti facciano ricorso a organizzazioni malavitose per liberarsene in modo economicamente più conveniente. In Italia è questo il fenomeno che ha dato luogo a quelle che vengono definite “ecomafie”: organizzazioni criminali che lucrano sull’affare rifiuti incaricandosi di smaltire rifiuti tossici e nocivi a prezzo conveniente per chi li produce e con danni gravissimi per ambiente e popolazione.
Diverso è il caso dei RSU. Questi non sono necessariamente inquinanti. Lo diventano nel momento in cui il loro smaltimento avviene in modo scorretto e/o la loro permanenza sul suolo pubblico si prolunga per lunghi periodi.
Quello dei rifiuti solidi urbani è un ciclo che si articola in vari momenti. Il primo è la produzione il quale innesca un processo che passa attraverso le fasi del deposito dei rifiuti, della rimozione e dello smaltimento. Questi momenti sono strettamente interrelati e la scelta finale – quella dello smaltimento – condiziona le fasi precedenti.
Tradizionalmente i rifiuti sono stati depositati nelle discariche: siti che, appositamente preparati ad accoglierli, hanno accolto milioni di tonnellate di rifiuti “tal quale”. Cioè di rifiuti depositati e rimossi in modo indifferenziato senza tener conto delle differenti componenti dei RSU. Queste sono innanzitutto di due tipi: umida (sostanza organica, residui alimentari) e secca (tutto il resto). In questo “tutto il resto” sono presenti non solo varie componenti merceologiche (carta, vetro, alluminio, plastica, …) ma anche rifiuti potenzialmente tossici di uso domestico (pile esauste, medicinali scaduti, …).
Quando, anche sotto la spinta della progressiva saturazione delle discariche e della difficoltà di trovare nuovi siti per attrezzarne altre, si è stati indotti a riflettere con maggiore attenzione al problema, ci si è resi conto che lo smaltimento indifferenziato era, oltre che pericoloso, anche uno spreco. Pericoloso perché l’umido che finisce in discarica dà luogo a quello che si chiama percolato, prodotto dalla putrefazione della sostanza organica che può inquinare falde idriche eventualmente presenti. Uno spreco perché le varie componenti merceologiche possono essere utilizzate come materie prime seconde. Cioè come materiali che possono entrare di nuovo nei cicli produttivi per produrre carta da carta, vetro da vetro, alluminio da alluminio e altri prodotti dalle plastiche.
Questa riflessione ha indotto a prevedere che si faccia un uso sempre più limitato delle discariche potenziando il più possibile il riciclaggio della componente secca. Mentre la componente umida che assolutamente non dovrebbe finire in discarica, può essere trasformata, se di buona qualità, in compost (fertilizzante per l’agricoltura) oppure in biogas.
Tutto ciò, in Italia, è previsto e imposto da una legge – detta Ronchi dal nome del Ministro proponente – e comporta un modo nuovo anche di deporre e rimuovere i rifiuti. Vale a dire un modo che, tenendo conto della destinazione finale dei rifiuti, comporti il deposito in appositi contenitori a seconda delle differenti frazioni merceologiche e la rimozione differenziata in modo da avviare i differenti rifiuti nelle “filiere” di riciclaggio.
Poiché non è immaginabile che la totalità dei rifiuti prodotti sia differenziata e riciclata, si ritiene che la parte eccedente possa avere un’ulteriore forma di smaltimento tramite l’incenerimento in impianti detti termovalorizzatori nei quali i rifiuti vengono bruciati ottenendo produzione di energia e recupero di calore. Ciò comporta un ulteriore passaggio. Infatti, per essere bruciati, questi rifiuti devono essere trasformati in combustibile. Ciò avviene in impianti nei quali i rifiuti vengono trasformati in CDR –combustibile da rifiuti – “imballati” in quelle che si chiamano ecoballe e avviati agli impianti di termovalorizzazione.
Quest’ultima soluzione è quella che incontra le maggiori opposizioni da parte soprattutto della popolazione che risiede nelle vicinanze dei siti individuati per la costruzione di questi impianti. Ciò perché si teme che l’incenerimento possa produrre diossina. È questo timore che dà luogo a quel fenomeno noto come sindrome NIMBY, acronimo che sta per Not In My Back Yard e significa “Non nel mio giardino”.
Spesso questa sindrome trova alimento nella scarsa o cattiva informazione sulla reale pericolosità degli impianti. Alternative sono difficile da trovare in una società di consumatori e, di conseguenza, di produttori di rifiuti. Specialmente in una società come la nostra, nella quale è diffusa e reclamizzata la pratica dell’usa e getta. Tuttavia è certo che minore è la produzione di rifiuti, minori sono le dimensioni del problema. E meno rifiuti si producono, più se ne riciclano, meno se ne possono mandare in discarica e/o nei termovalorizzatori.
Ridurre la produzione si può. Specialmente se si pensa che la metà dei RSU è costituita da imballaggi e che molti di questi sono superflui o sostituibili dall’adozione di “buone pratiche” come il ripristino del “vuoto a rendere” e la diffusione della vendita di molti prodotti, specialmente liquidi, “alla spina”.