Perché soffriamo il solletico

Il solletico

Vorrei sapere la ragione per cui noi avvertiamo il solletico. E come mai c'è chi non lo soffre?

5 ottobre 2007
Effettivamente il solletico è un fenomeno misterioso. Non è chiaro a quale esigenza biologica risponda, né quali siano i processi psicofisiologici o cognitivi che lo causano.

Secondo una ipotesi, proposta da alcuni psicologi già alla fine del diciannovesimo secolo, il solletico è una sorta di riflesso, anche se di tipo un po' complicato. Si tratterebbe di un riflesso di sorpresa, una sorta di risposta motoria stereotipata che viene evocata in modo automatico da certi stimoli. Per questa ipotesi, per provare solletico lo stimolo deve essere non controllabile e non prevedibile: altrimenti, che sorpresa è? Questo spiegherebbe per quale motivo non si può autosolleticarsi.

Secondo una seconda ipotesi, proposta fra gli altri anche da Darwin, il solletico è una forma di comunicazione interpersonale di tipo amichevole, che deve venire per definizione da un'altra persona.

Entrambe le proposte sono per la verità un po' vaghe, e raccogliere prove empiriche a riguardo non è semplice. Ci hanno provato qualche anno fa Christine Harris e NIcholas Christenfeld dell'Università di S. Diego in California. Harris e Christenfeld hanno costruito un curioso macchinario, una specie di braccio robotico collegato a un aggeggio che vibra e borbotta come se fosse un motore: la macchina del solletico.

La macchina del solletico in realtà viene azionata da un collaboratore degli sperimentatori, che se ne sta nascosto sotto il tavolo su cui è posato l'aggeggio. Ma i soggetti della ricerca, che offrono le loro piante dei piedi allo stimolo della macchina, non lo sanno. Questi riferiscono che la sensazione di solletico da loro provata è forte come nella condizione di controllo, in cui la macchina non c'è e vedono il collaboratore che li solletica, ovviamente nella stessa maniera in cui lo faceva attraverso il braccio della macchina.

Insomma, non ci si può fare il solletico da soli, ma si può provare solletico quando a stimolarci è quella che riteniamo essere una macchina. Quindi non è necessario che lo stimolo venga vissuto come una forma di comunicazione interpersonale, il che sembra deporre contro l'ipotesi della comunicazione interpersonale e a favore di quella del riflesso. Per chi volesse saperne di più, l'articolo di Harris e Christenfeld è stato pubblicato nel 1999 sulla rivista "Psychonomic Bulletin & Review", volume 6, pp. 504-510.

Nicola Bruno B.R.A.I.N. Center for Neuroscience, Dipartimento di Psicologia, Università di Trieste

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