Flora e fauna del Giurassico

Flora del Giurassico

Vorrei sapere per cortesia se si sa (o come si può sapere) se nel Giurassico, contemporanei dei grandi sauri, esistevano già le Angiosperme, i Ditteri (zanzare) e gli Imenotteri (api). Grazie.

Luigi Fraccaroli
20 luglio 2007

Possiamo rispondere positivamente al quesito. Il record fossile, anche se ben lontano dal fornirci le informazioni su TUTTE le specie che sono esistite sulla Terra nelle ere geologiche, è al giorno d’oggi abbastanza aggiornato e da esso possiamo ricavare numerosissime informazioni. Per trovare le condizioni migliori alla conservazione dobbiamo innanzi tutto rivolgere la nostra attenzione agli affioramenti di rocce sedimentarie, sparsi per tutte le terre emerse, soprattutto quelle originatesi da sedimenti molto fini, come fanghi e argille: sono proprio questi depositi che più facilmente di altri possono conservare i resti delicati come le foglie o i minuscoli insetti. Occorre inoltre dire che le paludi e le zone acquitrinose, assai abbondanti all’epoca dei dinosauri, al cui fondo si depositano proprio i sedimenti descritti, avevano una ulteriore caratteristica: il loro fondale era tipicamente anossico. La mancanza di ossigeno, e la conseguente assenza di organismi spazzini, garantiva una più efficace conservazione dei resti organici.

Partiamo ora dalle piante. In aiuto ci vengono principalmente i giacimenti delle cosiddette foreste pietrificate e i depositi di carbone naturale. Occorre subito dire che le angiosperme nel Giurassico non erano ancora comparse, così come tutte le erbe, che evolsero soltanto alla fine del Cretaceo. Le testimonianze fossili ci parlano di ambienti comunque molto floridi, con foreste assai sviluppate e ideali per fornire il nutrimento necessario a colossi come i Brachiosauri o gli Apatosauri, giganti lunghi oltre 30 metri e pesanti anche 70-80 tonnellate. Per comprendere meglio questa sovrabbondanza di vegetazione, dobbiamo considerare due fatti: innanzi tutto l’asse di rotazione terrestre non aveva ancora assunto l’inclinazione attuale, determinando una stagionalità meno accentuata, con estati prolungate, calde e umide ed inverni brevi, tiepidi e piovosi; in secondo luogo sulle calotte polari non si era ancora generata la copertura glaciale, aumentando la quantità di acque degli oceani. Questo fatto, unito alla notevole inerzia termica dell’acqua (la capacità di trattenere una grande quantità di calore e rilasciarla lentamente durante i momenti più “freschi”), garantiva un clima molto regolare durante tutto l’anno, di tipo tropicale. Queste situazioni ambientali erano già tipiche del periodo Triassico e ci sono testimonianze di immense foreste: secondo i rinvenimenti effettuati in Arizona, nella celebre “Petrified Forest” la flora era caratterizzata da imponenti Gimnosperme (le antenate, ad esempio, delle odierne conifere, note anche come “piante dal seme nudo”), come le Araucarie, o altri giganti di 50 metri di altezza come le Woodworthie; molto rappresentate erano le specie appartenenti al gruppo delle equisetali: oggi sono piccoli e vivono lungo le rive dei corsi d’acqua, ma a quell’epoca erano enormi, con altezze prossime ai 20-25 metri; infine non dobbiamo dimenticare le Felci, che avevano forma arborea (se ne possono osservare alcuni esemplari viventi in Madagascar, in Australia ed altre limitate zone del sud est del pianeta). Questa condizione si mantenne costante, permettendo lo sviluppo di altre foreste di palme, conifere e equiseti anche durante il Giurassico. Notevole diffusione avevano anche le ginkgoali, piante rappresentate oggi dal solo genere ginkgo (g. biloba); inoltre troviamo specie appartenenti ai Licopodii, come Lepidodendron e Sigillaria (ad esempio nei noduli della formazione di Holtzmaden, in Germania). Anche lo studio dei pollini, o palinologia, fornisce numerosissime informazioni biologiche e climatiche: grazie alla cuticola protettiva e alla facilità di essere trasportati dal vento (cosa che li rende diffusi in molti sedimenti contemporaneamente) questi minuti reperti hanno la capacità di preservarsi e di raccontarci la varietà vegetazionale non solo di un’area ristretta ma anche quella di una vasta regione della crosta. Così come la presenza di particolari associazioni polliniche è chiaro indice di un determinato tipo climatico e ambientale. La presenza di foreste di conifere e di felci arboree è proprio testimoniata dall’abbondanza relativa delle loro spore e semi nei depositi sedimentari. Tra i numerosi giacimenti ricordiamo Solenhofen in Germania, datato al Giurassico superiore (famoso per l’Archaeopteryx litographica, il “primo” uccello), e della stessa epoca il Monumento nazionale della foresta pietrificata di Jaramillo, in Patagonia; non possiamo dimenticare i legni fossili del Madagascar, del Giurassico medio. Anche l’Italia ha la sua foresta pietrificata, ad Avigliano Umbro, anche se le sequoie fossilizzate hanno soltanto 1,2 milioni di anni (Pleistocene). Famosissime sono poi le palme di Bolca (Verona) risalenti all’Era Cenozoica (circa 50 milioni di anni fa).

Per quanto riguarda gli insetti, questa classe di animali, appartenente al più vasto phylum degli Artropodi (“con il piede articolato”, il gruppo che comprende anche i ragni e i crostacei) era rappresentata ed estremamente diffusa già dall’era Paleozoica: furono, infatti, proprio gli antenati degli odierni ragni i primi organismi animali a conquistare le terre emerse. Sempre la testimonianza fossile ci viene in aiuto per rispondere. Con tutta probabilità diretti discendenti dei Trilobiti (un gruppo di artropodi completamente estinto alla fine dell’era Paleozoica), Aracnidi (ragni e scorpioni) ed Insetti erano già ben rappresentati nel Carbonifero e nel Permiano, così come le libellule (Odonati) potevano fregiarsi di essere le regine dell’aria (si pensi alla Meganeura con i sui 70 cm di apertura alare). Durante il Mesozoico ci fu una prospera evoluzione di tutti i gruppi di insetti che attualmente conosciamo: lepidotteri (farfalle), coleotteri (maggiolini e coccinelle), ditteri (mosche e zanzare) e imenotteri (api e vespe) avevano ormai colonizzato tutti gli ambienti ma, come è logico aspettarsi, con forme simili ma non proprio uguali alle attuali. Le api così come le conosciamo sono infatti tra gli ultimi insetti sociali a fare la loro comparsa sul pianeta. A sostegno della documentazione fossile troviamo anche le ambre e le resine fossili, lo scrigno più sicuro in cui racchiudere e preservare i piccoli animali. Gocce di resina colanti dal fusto di conifere hanno inglobato nella loro massa vischiosa tanto esemplari adulti che larve e uova; cadendo al suolo hanno subito il processo di fossilizzazione che ha indurito tali resine fino a trasformarle in “ambra” (con questo termine di solito si designano i ritrovamenti provenienti dal baltico o dalla Colombia, le altre rientrano nella categoria delle resine fossili). Anche in questo caso cito due gruppi rocciosi statunitensi noti per i fossili di insetti: la Formazione di Wellington in Wisconsin, datata al Permiano (circa 260 milioni di anni fa) e la Formazione di Sundance, tra Montana e Wyoming, risalente a circa 160 milioni di anni fa, nel Giurassico superiore. Bisogna però sottolineare che i giacimenti giurassici e cretacei hanno tutti una elevata possibilità di contenere insetti o vegetali fossilizzati e per un motivo molto semplice: tanto gli insetti quanto il regno vegetale sono organismi diffusissimi, con un’elevata densità (numero di individui per ciascuna specie) e diversità specifica (la variabilità delle specie di una certa famiglia o ordine); inoltre gli artropodi, compiendo la muta, ci lasciano molte “copie” del loro corpo, aiutando lo studioso nel suo difficile lavoro di ricostruzione della vita del passato.


© Copyright SISSA - Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati - Trieste (Italy) - 2001-2011