È vero che le vene d'acqua sotteranee sono dannose per la salute umana? In quale modalità i rivoli d'acqua diventano dannosi emanando radiazioni? Per esempio un fiume d'acqua è egualmente pericoloso?
Dal punto di vista geologico, occorre dire che la radioattività naturale delle rocce è un fattore determinante per la vita e l’evoluzione della crosta terrestre: il calore sprigionato dal decadimento naturale di atomi instabili di uranio, rubidio, potassio è alla base di molti fenomeni endogeni, primi fra tutti gli eventi vulcanici e la parziale fusione dell’astenosfera, con il conseguente scivolamento reciproco delle placche litosferiche. In secondo luogo l’acqua sotterranea, derivante dall’accumulo nelle falde acquifere delle precipitazioni, non è di per sé stessa radioattiva: attraversando, eventualmente, depositi rocciosi contenenti minerali radioattivi (principalmente rocce di origine magmatica come i basalti e i graniti, o rocce metamorfiche la cui roccia originaria era di natura ignea) può arricchirsi in una certa percentuale, seppur minima, di minerali o, meglio, elementi radioattivi. Perché questo possa diventare pericoloso, le concentrazioni di questi elementi in grado di decadere, ed emettere quindi le loro radiazioni, devono essere piuttosto elevate: ciò avviene solo in quei particolari aggregati che prendono il nome di reattori naturali, in cui il processo di fissione a catena dell’uranio avviene spontaneamente (come scoperse Fermi col suo gruppo negli anni Quaranta). Terzo, siamo costantemente soggetti alla radioattività del pianeta ed al continuo bombardamento dei raggi cosmici (siamo costantemente attraversati dai neutrini) senza accorgercene e senza subire danni di sorta. Un contatore geiger, o altri più moderni e sofisticati rilevatori, non è mai silente: se avvicinassimo uno di questi strumenti al nostro corpo segnalerebbe certamente una certa radioattività, quella dovuta al radiocarbonio o 14C che costantemente fissiamo nel nostro scheletro e che consente agli archeologi di datare reperti non più vecchi di 50.000 anni.
Osserviamo poi che le falde acquifere scorrono tra pochi metri e poche centinaia di metri sotto i nostri piedi, attraversano rocce di natura sedimentaria di origine fluviale (come la nostra Pianura Padana) e sono inglobate in serbatoi sabbiosi sigillati da spessi strati argillosi. Questi depositi sono stati sgretolati e dilavati per milioni di anni (i primi detriti che avrebbero costituito la valle del Po hanno cominciato ad accumularsi circa 7 milioni di anni fa, quando il Mediterraneo si prosciugò a seguito della chiusura dello stretto di Gibilterra e diede modo agli antichi corsi d’acqua di smantellare i paleorilievi alpini) per cui possiamo stimare con una certa accuratezza che i depositi di materiale radioattivo hanno concentrazioni percentuali trascurabili e soprattutto non nocivi. Un caso ben diverso potrebbe verificarsi se le falde venissero inquinate da uno sversamento di materiali radioattivi (come ad esempio i piccoli noccioli utilizzati dagli ospedali per la radiografia e la tomografia, o provenienti da altri stabilimenti industriali). In una simile situazione l’acqua sotterranea vedrebbe aumentare repentinamente la concentrazione di sostanze pericolose. Solo però chi vi si trovasse esposto (specialmente bevendo) per tempi sufficientemente lunghi potrebbe subire conseguenze nefaste. Possiamo comunque affermare che risultano sicuramente più dannosi elementi non radioattivi come il cromo, gli esacloruri, il toluene ed altri composti che non sono radioattivi ma che possono creare problemi di salute anche gravi. E in questo caso, un fiume superficiale può essere un portatore di inquinamento molto più facilmente di una falda.
Come in tutte le cose, tengo a precisare che l’esposizione alla radioattività può creare danni in due modi: l’esposizione prolungata a concentrazioni anche limitate oppure l’esposizione a una fonte energetica molto potente, capace di superare i limiti previsti dalle normative e calcolati nelle unità di misura del Sistema Internazionale come il Gray (energia assorbita da 1 kg di tessuto), il Bequerel (attività di un materiale radioattivo in cui si ha un decadimento al secondo) o il Rem (Roentgen equivalent man, ovvero la quantità di radiazione necessaria per produrre danni gravi nell’uomo): un caso tristemente noto è quello delle armi all’uranio impoverito. Per una definizione accurata rimandiamo al sito sell’Arpa.
Ma cos’è la radioattività? È l’emissione di particelle ed energia per una trasformazione spontanea di alcuni elementi instabili in altri più stabili. Ad esempio l’uranio 238 (con questo numero si indica il peso atomico, fornito dalla somma di protoni e neutroni del nucleo) decade in una catena di passaggi in piombo 206, rilasciando diverse particelle alfa (o nuclei di elio) ed energia. È questo il punto focale: se esposti per troppo tempo a questi impulsi energetici, le nostre cellule possono andare incontro a modificazioni tali da indurre il proliferare di cellule tumorali. Ma, lo ribadisco, nel caso italiano non ci sono problemi di sorta: le nostre acque sono ipercontrollate, non solo dal punto di vista chimico e fisico ma anche da quello batteriologico. Per un quadro normativo si rimanda all’indirizzo internet dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici.