Per descrivere la luce nella sua natura fisica non è sufficiente conoscerne la sola direzione di propagazione (i cosiddetti “raggi” dell’ottica geometrica). Se si tiene conto solo di questa variabile le leggi di riflessione e rifrazione possono calcolare la direzione della luce riflessa o rifratta, ma non possono dire nulla su “quanta” o “quale” tipo di luce si riflette o rifrange.
Esistono molti fenomeni, come la stessa diffrazione (citata nella domanda), che mettono in gioco anche la lunghezza d’onda, la composizione spettrale, lo stato di polarizzazione, il grado di coerenza, ecc. È chiaro che per misurare tutti questi aspetti e fenomeni è necessario un modello più completo rispetto a quello dell'ottica geometrica, come appunto quello dell’ottica fisica.
In questo modello teorico il colore, così come appare ai nostri occhi, è in stretta relazione con altre variabili come lo spettro della sorgente (le diverse lunghezze d'onda di cui è composta una luce naturale e anche la maggior parte delle luci artificiali), l’interazione con i mezzi e i materiali, e la sensibilità spettrale dei fotoricettori (per quel che riguarda l'essere umano ci si riferisce ovviamente alla retina e al sistema visivo più in generale).
In altre parole, il colore non è una proprietà della materia ma della luce in tutto il suo percorso dalla sorgente al rivelatore.
Qualche esempio può rendere più chiara la spiegazione. Si dice sempre che la neve “è bianca” (anzi, non lo si dice nemmeno: appare talmente ovvio), ma se la si illumina con un fascio di luce verde la neve è verde. Se poi se ne prende un po’ e la si mette in una stanza buia, la neve non è più né bianca né verde. La neve è un semplice diffusore della luce; il colore che ci appare è quello determinato dallo spettro della sorgente che la illumina e dalla sensibilità spettrale dei ricettori del nostro occhio. Se fosse uno specchio, la neve restituirebbe interamente lo spettro sorgente, mentre in realtà ne trattiene un piccola parte, ma in pressochè egual misura su tutte le lunghezze d'onda, senza quindi alterare il colore originario della luce che la colpisce.
Un secondo esempio: da dove viene il colore cangiante delle bolle di sapone? Anche questo dipende dalla luce che le illumina: in questo caso ci troviamo di fronte a un fenomeno di interferenza. La superficie della bolla riceve una certa quantità di luce, composta da una serie di lunghezze d'onda, e la riflette, sopprimendone però alcune componenti spettrali.
Se torniamo per un attimo alle leggi dell'ottica geometrica, possiamo renderci conto che in questo caso la luce viene riflessa nella stessa direzione che avrebbe avuto se la superficie della bolla fosse stata uno specchio perfetto. Quello che invece cambia è la composizione spettrale della luce riflessa.
Un altro fenomeno è l’assorbimento, che produce un effetto analogo al precedente. Prendiamo per esempio il caso di uno specchio dorato illuminato con un fascio di luce bianca: esso riflette luce gialla, perché la superficie tende ad assorbire tutte le lunghezze d'onda tranne quelle che noi percepiamo come colore giallo. Questa componente spettrale è l'unica che riesce a sfuggire dalla superficie dello specchio e a colpire il nostro sistema visivo, determinando la percezione del colore specifico.
Concludendo, ritorniamo alla domanda posta del lettore: la riflessione non è incompatibile con fenomeni quali l’interferenza e l’assorbimento. Il fatto che un oggetto possa essere reso lucido fa sì che rifletta la luce, alterandone però in generale lo spettro come faceva prima di essere lucidato. In tal caso si vedrà la riflessione della sorgente primaria, con il colore che ne risulta.
Il colore degli oggetti, inteso come detto più sopra, non è perduto ma resta codificato dalla riflettanza spettrale (la capacità di una superficie di trattenere selettivamente solo alcune lunghezze d'onda).
Il problema semmai, a questo punto, diventa “vedere” gli oggetti stessi: privi di microrugosità ma lucidi a specchio non permettono la localizzazione della loro superficie, come lo specchio del bagno quando è perfettamente pulito: non lo si vede proprio.