Le
prime speranze nascono nel luglio del '99. Il ruolo centrale nella
neuropatologia del morbo di Alzheimer è attribuito al peptide
beta-amiloide: una mutazione nel gene che codifica per la proteina
precursore dell'amiloide (APP) determina un aumento della produzione
del peptide. I topi transgenici, impiegati in tutte le
sperimentazioni sovra-esprimono il precursore mutante e
progressivamente sviluppano i caratteri della malattia.
Topi PD-APP: dall’alto verso il basso: placche, neuriti distrofici e astrocitosi reattiva.
Risultati
(Shenk, 1999): netta riduzione delle placche, graduale scomparsa dei
neuriti distrofici e nettissima riduzione dell’astrocitosi reattiva
Il
risultato della ricerca, iniziata nel 1999, è l'AN-1792, una
sigla con cui la Elan Pharmaceutical chiama il potenziale vaccino.
L'immunoterapia
viene autorizzata dalla Food and Drug Administration al fine di
verificare la tollerabilità e la sicurezza in pazienti con
Alzheimer moderato o leggero, la fase II e III partirà alla
fine del 2001. Secondo i programmi il lancio del farmaco avverrà
nel 2005. Il preparato contiene beta-amiloide 42, la forma mutante
della proteina che compare nelle placche dei malati. Negli USA i
risultati sono incoraggianti. Una ricerca americana scopre come
agisce il vaccino. Il complesso beta-amiloide supera la barriera
ematoencefalica, grazie a un recettoreIl successo dell'immunizzazione
potrebbe quindi dipendere dai livelli di beta-amiloide in
circolazione che rimangono bassi nei pazienti alzheimeriani rispetto
ai topi transgenici malati dopo la vaccinazione.
Possibile spiegazione dell’efficacia del vaccino
Una delle pazienti descritte, era una delle 30 persone che avevano sviluppato una meningoencefalite particolarmente grave dopo trattamento con il vaccino. Si trattava di una donna di 72 anni con una storia di 5 anni di Malattia di Alzheimer. La paziente era stata arruolata nello studio di immunizzazione contro beta-amiloide 1-42 e aveva ricevuto la prima dose di vaccino alla quale non manifestò alcuna reazione. L'immunizzazione fu ripetuta a 1, 3 e 6 mesi, senza effetti collaterali. A 9 mesi dall'arruolamento ricevette una nuova dose. A 4 settimane da quest'ultima iniezione il suo punteggio al MMSE era di 23, invariato rispetto a quello all'arruolamento.
Dopo 2 settimane la paziente sviluppo' malessere, sonnolenza, postura instabile e febbre e, trascorse altre 2 settimane, era deteriorata al punto che il suo MMSE non era piu' valutabile. La paziente mori' dopo un anno senza aver mai recuperato la propria condizione. Dal punto di vista neuropatologico il caso presentava alcune caratteristiche peculiari, tra cui aree della neocorteccia con poche placche rispetto a quanto generalmente osservato in pazienti di questo tipo. Nelle aree nelle quali non vi erano placche erano presenti gomitoli neurofibrillari e angiopatia amiloide, ma non neuriti distrofici e aggregati di astrociti, come di solito si osserva in prossimita' delle placche amiloidee. In alcune delle regioni libere da placche si notava immunoreattivita' per beta-amiloide a livello della microglia. Era presente un quadro compatibile con una meningoencefalite, con la sostanza bianca pesantemente infiltrata da macrofagi. L’ipotesi fatta è stata che in Europa vi fosse stato un impiego di un adiuvante (cioè di una base al vaccino) diverso, e più reattivo, rispetto a quello impiegato negli USA.
Nell’ottobre
del 2002, si hanno ulteriori sviluppi sulla comprensione dell’azione
del vaccino anti AD. Analisi immunoistochimiche mostrano che gli
anticorpi indotti non reagiscono né con il precursore della
proteina né con la beta-amiloide in forma libera, circolante;
il vacino andrebbe ad agire verso le forme di aggregati di placche e
di depositi diffusi. Si ipotizza inoltre che nel modello
sperimentale, i benefici dell'immunizzazione possono derivare da
anticorpi selettivamente diretti contro porzioni della proteina
(residuo 4-10). Questi anticorpi inibiscono sia la fibrillogenesi
(processo che dà inizio alla formazione delle placche) sia la
citotossicità della beta-amiloide.