Il protocollo di Kyoto in piccolo

Il protocollo di Kyoto in piccolo

Desidero sapere cosa posso fare nel mio piccolo, nella mia quotidianità, per aiutare ad arginare il fenomeno dell'effetto serra.


Nadia Mora
27 ottobre 2006

Desidero sapere cosa posso fare nel mio piccolo, nella mia quot

Quando si dice che bisogna pensare globalmente e agire localmente si afferma una cosa molto giusta. Vale anche per il contributo che localmente si può dare per combattere il rischio di mutamenti climatici indotti dall'uomo. Tuttavia, in questo caso, è difficile ipotizzare comportamenti quotidiani di singoli cittadini capaci di "arginare" il problema. E il locale al quale si fa riferimento sono soprattutto i maggiori produttori di gas serra, vale a dire –in aggiunta agli impianti industriali e a quelli produttori di energia- le città.

Già oggi, quando la metà dei 6,5 miliardi di abitanti che abitano la Terra è inurbata, le città costituiscono le maggiori "fabbriche" di inquinamento. Bisogna chiedersi che cosa potrebbe accadere, in assenza di interventi che modifichino le tendenze, quando i residenti in città saranno il 70-75% di una popolazione verosimilmente aumentata sino ad oltre 9 miliardi di persone entro la fine di questo secolo.

Poiché la corsa verso le città procede senza soluzioni di continuità su tutta la Terra ed è difficile immaginare che il fenomeno possa invertirsi, bisogna agire sui modi di vita, di produzione e di consumo. È, perciò, qui, in questo "locale" che tende sempre più a diventare globale, che bisogna esercitare quelle buone pratiche che consentano di bloccare l'avanzata dei mutamenti climatici: anche meglio e oltre quanto previsto dal Protocollo di Kyoto.

Si tratta, in sintesi, dei grossi problemi dello smaltimento dei rifiuti; della circolazione automobilistica (tra i maggiori responsabili di inquinamento atmosferico); della climatizzazione artificiale degli ambienti (grande consumatrice di combustibili fossili). Le soluzioni auspicabili sono tutte a portata di mano: maggiore riutilizzazione possibile dei rifiuti come materie prime seconde; massima utilizzazione del trasporto pubblico e su ferro; sostituzione di olio combustibile e metano con impianti alimentati dall'energia del sole.

Tuttavia, come singoli e come associazioni di singoli se non possiamo, da soli, arginare il fenomeno, possiamo costituire una forza di pressione perché quelle "buone pratiche" siano realizzate prima che sia troppo tardi.

Ugo Leone Dipartimento di Analisi delle Dinamiche Territoriali e Ambientali, Università di Napoli Federico II

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