Un nuovo Homo

paleontologia060806
L'uomo si è evoluto nel corso del tempo da ominide a Homo sapiens come tutti noi sappiamo. La mia domanda è: l'evoluzione si è fermata o continua? Nascerà un giorno un uomo che rappresenterà un salto a una nuova razza evoluta?
Angelo De Marco
24 giugno 2006

L'evoluzione continua. Detto in termini molto grossolani, poiché l'evoluzione è in realtà una "coevoluzione", cioè un fenomeno congiunto specie-ambiente: ogni modifica dell'ambiente comporta una modifica della specie.

Le modifiche dell'ambiente non sono soltanto di origine naturale, cioè dovute a fenomeni quali glaciazioni, terremoti, derive continentali ecc. ma anche di origine artificiale, cioè indotte dall'attività umana. Anzi si può dire che queste ultime oggi sono forse prevalenti rispetto alle prime, e sono dovute soprattutto alla tecnologia. In un certo senso si può dire che uomo e tecnologia sono inseparabili: l'avvento dell'Homo sapiens è stato in buona parte causato dalla tecnologia, cioè dalla capacità della creatura ominide di conoscere l'ambiente e modificarlo grazie all'uso degli strumenti. La mano, il cervello e la lingua, in feconda interazione, hanno contribuito alla nascita di quello che si potrebbe chiamare, sin dall'inizio, Homo technologicus anziché Homo sapiens: o meglio l'Homo sapiens è sempre stato (anche) Homo technologicus.

Oggi più che mai, lo sviluppo della tecnologia identifica la nostra specie come Homo technologicus e l'evoluzione naturale si è strettamente intrecciata con quella culturale, in particolare tecnologica, tanto che le due evoluzioni non si possono più separare se non con un artificio concettuale. I confini tra naturale e artificiale sono labilissimi, e oggi sempre più sfumati. Per persuadersene, si pensi all'influenza che macchine come il treno o l'aereo o il computer hanno avuto e hanno sul nostro modo di essere, di vedere il mondo, di percepire lo spazio e il tempo, di fare scienza e di ricavare conoscenze, e infine di costruire una società che premia certe capacità e ne reprime altre, istituendo una forma di selezione che non ha più solo caratteristiche darwiniane (mutazione-selezione), ma anche la marckiane (eredità -culturale- dei caratteri acquisiti). Si pensi soprattutto alle biotecnologie, che aprono all'evoluzione prospettive inedite e straordinarie, rendendo possibile, almeno in linea di principio, una progettazione finalistica della specie.

Queste prospettive sono accompagnate da una parte da forti preoccupazioni e dall'altra da grandi entusiasmi, e si colorano profondamente di venature etiche, sociali e politiche: non si tratta solo di un problema scientifico, ma di un problema di valori e di autorappresentazione dell'umanità. E, in più, l'umanità non è un'entità unica e indivisible, ma è depositaria di un ventaglio molto variegato di tradizioni, immagini, narrazioni, capacità tecnico-scientifiche e convinzioni morali, il che rende il problema dell'evoluzione prossima ventura molto complesso. Si pensi soltanto alla dicotomia tra il mondo occidentale e il mondo islamico, ancorati a visioni e a valori piuttosto diversi se non antagonisti. Accanto alla strada biologica, ce n'è un'altra che potrebbe portare a un salto evolutivo, ed è la connessione in rete di uomini e macchine computanti: il primo nucleo di questa "creatura planetaria" è Internet, che già oggi sa e sa fare cose che nessun uomo o gruppo umano sa o sa fare. Sta nascendo un'intelligenza connettiva che si affianca all'intelligenza collettiva di cui è da sempre depositaria l'umanità nel suo complesso.

Alcuni ipotizzano addirittura che in questa creatura planetaria emergeranno un giorno anche caretteristiche emotive e capacità estetiche ed etiche, che si affiancheranno alla caratteristiche di tipo cognitivo. Per il momento si tratta di speculazioni, ma qualche indizio in questa direzione si comincia a percepire.

Infine: non è detto che i passaggi evolutivi qui descritti in via ipotetica portino a "una nuova razza più evoluta" se a questa locuzione si dà una connotazione valutativa e sostanzialmente positiva. Non è detto cioè che gli uomini di questo eventuale futuro siano "migliori" di quelli attuali, anche perché la valutazione è soggettiva ed è affidata a parametri di giudizio che nel corso del tempo potrebbero variare anche di molto (e di fatto sono variati nella storia dell'umanità). In fondo gli studiosi dell'evoluzione non attribuiscono un carattere progressista (nel senso migliorativo) alla successione delle specie: è solo dal nostro punto di vista antropocentrico che abbiamo sempre considerato l'uomo superiore alle altre creature e gli uomini di oggi superiori a quelli di ieri. Ma questo accade perché misuriamo tutto con i nostri parametri. Adottando i nostri parametri, tuttavia, dovremmo considerare i nostri successori inferiori a noi: noi saremmo comunque il culmine evolutivo! A meno che questi parametri non si situassero in una zona ideale, utopica e, in fondo, moralistica, e avessero a che fare con caratteristiche che non appartengono all'umanità così com'è ma all'umanità così come la vorremmo (o come dovrebbe essere, sepondo una concezione filosofica di sapore morale). Ma non c'è nessuna garanzia che l'umanità così come la vorremmo sarebbe una buona umanità e, soprattutto, che sarebbe capace di sopravvivere nel futuro. Del resto, anche questa umanità sembra incontrare seri problemi di sopravvivenza...

Giuseppe O. Longo Dipartimento di Elettrotecnica Elettronica Informatica (DEEI), Università di Trieste

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