Appare, a mio avviso, abbastanza evidente che sarebbe più corretto parlare di comportamento intelligente anziché di intelligenza: in questo modo si porrebbe l'accento su di una particolare componente dell'agire manifesto che si sta indagando (ad esempio la capacità di ruotare mentalmente una figura). Dal confronto delle prestazioni di specie tra loro molto lontane nello stesso compito, emerge che il concetto di intelligenza non solo non è unitario ma non è neppure lineare: studi di cognizione animale hanno dimostrato che un piccione può essere più veloce di uno studente universitario nel sopra citato esercizio di rotazione mentale; altre volte è vero il contrario. Non per questo l'uno è più intelligente dell'altro o viceversa. Anche individui che appartengono ad una stessa specie (caratterizzati da una notevole somiglianza comportamentale) presentano molta variabilità nelle prestazioni ed è su questo che ci vogliamo concentrare.
Se si guarda ai neonati, già immediatamente dopo la nascita si possono riconoscere differenze in fattori fisici (il peso, il colore degli occhi) o nel temperamento (c'è chi è più timido e chi è più estroverso); ma molte diversità appaiono evidenti anche per quel che concerne forme spontanee del comportamento (ritmo di suzione, tendenza a piangere) così come per comportamenti appresi (il numero di prove per associare due stimoli tra loro ed emettere il comportamento appropriato). Se a questa variabilità aggiungiamo la considerazione che ad un problema vi possono essere molteplici soluzioni e che non vi è un modo oggettivo per stabilire quale sia la migliore (purché tutte adattive), è chiaro che diventa complesso stabilire chi è più intelligente di chi.
La necessità di misurare questo insieme di abilità, ha portato a sviluppare reattivi o test mentali in cui ciascun soggetto è virtualmente sottoposto alla medesima situazione: ciò che è calcolato è il rendimento dell'individuo espresso in termini di numero di errori o tempo impiegato per eseguire o risolvere il compito. Questa sarebbe una buona soluzione se non fosse che le condizioni di somministrazione sono molto lontane dalle esigenze della vita reale; inoltre la stima è ottenuta in rapporto alla popolazione di appartenenza quindi relativamente a quella particolare realtà socio-culturale e non estendibile ad un differente insieme di valori, conoscenze, etc. (ad esempio, i mancini risultano essere penalizzati in alcune prove). Come poter uscire da tutta questa variabilità e trovarne una spiegazione?
Uno dei primi tentativi di affrontare queste problematiche e di spiegare le differenze individuali è rintracciabile ne L'ereditarietà della genialità di Francis Galton (1869) in cui, in termini esclusivamente ereditari, si attribuisce il successo intellettuale e la presenza di abilità naturali a fattori di ordine esclusivamente biologico (l'esistenza di una forte componente familiare), che sottostanno alle medesime limitazioni delle caratteristiche fisiche del mondo organico, trascurando, dunque, dall'analisi i fattori ambientali come ad esempio il livello culturale della famiglia, le facilitazioni sociali etc.
Argomentazioni forti a sostegno di quest'ipotesi provengono da studi familiari (che paragonano individui tra loro imparentati -genitori e figli, fratelli, cugini- i quali condividono la metà del patrimonio genetico, a persone non unite da legami genetici) e gemellari (basati sulla affinità genetica che esiste tra gemelli monozigoti piuttosto che tra gemelli dizigoti). Questi risultano essere metodi molto interessanti se si considera che si possono paragonare le prestazioni di individui in cui l'ambiente postnatale si presenta come omogeneo (coppie gemellari) a quelle di fratelli i quali vivono a distanza di tempo e sottostanno a dinamiche diverse. Inoltre, andando a separare alla nascita gli individui delle coppie di gemelli, vi è la possibilità di analizzare gli effetti dei differenti ambienti adottivi su soggetti con il medesimo corredo genetico. In molteplici lavori è emerso che vi è una maggiore correlazione tra gemelli identici sia per intelligenza sia per altri comportamenti: ad esempio, due gemelli monozigoti che si sono ritrovati in situazioni molto diverse (un cattolico nella Germania nazista e un ebreo su un'isola caraibica) hanno mostrato tratti comuni come la preferenza a leggere iniziando dal fondo.
Eppure, la validità di questi risultati è oscurata dal fatto che la valutazione della componente genetica non è in grado di discriminare gli effetti diretti o primari dei geni da quelli indiretti o secondari: il bambino che mostri spiccata timidezza può indurre i genitori a proteggerlo e rassicurarlo continuamente, i coetanei a deriderlo, stuzzicarlo o evitarlo producendo il rafforzamento del tratto, viceversa elicitando comportamenti di segno opposto. Inoltre, vincoli di parentela vanno di pari passo con ambienti di vita similari: i modelli sperimentati sono i medesimi come anche le abitudini di vita e l'ambiente economico-culturale; questo può sembrare scontato ma allo stesso modo va tenuto presente che anche la separazione dei gemelli non è esente da questo stesso effetto: innanzitutto almeno per il periodo prenatale l'ambiente esperito è il medesimo (e, ad esempio, è questo il momento in cui si vanno a costituire molte connessioni neurali) ma lo stesso affidamento a famiglie diverse non è determinato casualmente (la cultura è per lo più la medesima, il contesto sociale molto simile) e, non da ultimo, neonati che si comportano in modo similare possono portare a risposte affini negli adulti.
Prendiamo il caso della famiglia Bach. Johann Sebastian Bach sposò la soprano Wilcke; il loro rapporto si distinse da subito per il fermento musicale dal quale trassero entrambi la forza e gli stimoli per il prosieguo delle loro carriere; dal loro felice matrimonio nacquero ben 13 figli: tutti mostrarono fin da piccoli forte propensione musicale e 5 di loro si affermarono con successo. Un caso? Questione di eredità genetica? O di ambiente propulsivo? O piuttosto di entrambi i fattori?
Uno studio sui serpenti giarrettiera della California fornisce un interessante spunto di riflessione: alcuni individui di questa specie popolano le paludose regioni della costa, altri vivono nelle aride zone dell'interno; solo i primi si cibano di lumache. Questa preferenza alimentare è imputabile a cause genetiche o ambientali? Dall'analisi sperimentale del comportamento dei piccoli di entrambe le regioni appena usciti dalle uova, Steven Arnold (1980) trovò una differenza “innata” nel comportamento dei due gruppi: i piccoli della costa mostravano interesse per il caratteristico odore della lumaca, mentre quelli dell'entroterra no. I geni spiegano, quindi, la differenza comportamentale tra i due gruppi. Ma, analizzato ciascun gruppo separatamente, sono emerse notevoli differenze tra i soggetti: relazioni familiari (le risposte di fratelli) e incroci tra le due popolazioni non erano in grado di spiegare le differenze individuali: i geni, dunque, non sono sufficienti a giustificare le differenze all'interno dei gruppi. Le determinanti genetiche possono avere un ruolo nell' “innestare” una certa funzione ma non bastano a spiegare come questa sia interrelata in ciascun individuo.
Il QI (cioè la misurazione dell'intelligenza dell'individuo in relazione alla sua età; per una definizione più precisa e i metodi con cui è calcolato si veda in questo stesso sito il link che segue http://ulisse.sissa.it/Answer.jsp?questionCod=75301058) presenta notevole variabilità, di gran lunga superiore a quella genetica; indagando i motivi che hanno fatto salire il QI per molte generazioni in almeno 20 nazioni, Dickens e Flynn (2001) si sono cimentati nella costruzione di un interessante modello matematico per spiegare come certi cambiamenti ambientali possano aver stimolato questo incremento. Pensando al gioco del basket, appare a tutti molto evidente che i geni non sono “migliorati” per permettere di fare canestro o applicare uno schema sull'avversario; ma è del tutto plausibile ritenere che stimoli ambientali, dati ad esempio dal maggiore allenamento o da migliori istruttori, abbiano interagito positivamente con queste capacità. Gli attori arguiscono che anche un piccolo cambiamento nell'ambiente può stimolare un miglioramento dell'abilità: l'introduzione della televisione non sarebbe esente dall'aver facilitato il miglioramento nel gioco del basket. Non sarebbe molto lontano da questa analogia l'aumento del QI che ha seguito l'industrializzazione.
Ritornando alla definizione di intelligenza, la letteratura riporta numerosi modelli ad opera di diversi autori tra cui spicca la teorizzazione di Spearman secondo cui vi sarebbe un fattore g o intelligenza generale quale capacità cognitiva globale sottesa a tutte le attività cognitive (o fattori secondari s) di un individuo –come ad esempio l'abilità matematica o quella musicale. In questo caso, il rendimento di un soggetto in un compito di abilità spaziale dipenderebbe sia dalla sua specifica abilità spaziale sia dal suo grado di intelligenza generale. Soprattutto quando si va a considerare questo indice trasversale e comune alle diverse capacità, bisogna considerare che le carenze ambientali hanno un effetto negativo sul suo sviluppo e di conseguenza compromettono il calcolo del QI. Sembra quindi più prudente avvalersi di test che indaghino le varie forme di intelligenza dai quali emerge che la determinante genetica può manifestarsi soprattutto attraverso fattori specifici quali ad esempio la fluidità verbale piuttosto che l'abilità numerica o il tipo di ragionamento. Connessioni nervose o circuiti neurali espressi dal patrimonio genetico potrebbero sottendere a questi singoli processi cognitivi o fattori intellettivi. Ma se consideriamo l'esistenza di distinte forme di intelligenza come indicato da Gardner (1987), a ciascuna delle quali corrisponderebbe un diverso modulo cerebrale, allora è possibile che le differenze individuali connesse alle cause ereditarie siano accentuate o mascherate dal particolare ambiente, così come potrebbero essere subentrati processi compensatori.
Sembra plausibile concludere che il rendimento intellettivo è frutto di fattori genetici che però hanno avuto la possibilità di svilupparsi in determinati ambienti: l'eredità biologica (e ne abbiamo testimonianza dal QI di gemelli omozigoti) è una potenzialità che può evolvere a seconda delle circostanze (e l'ambiente può infatti influenzare diversamente lo sviluppo delle abilità nei due fratelli).
Per un approfondimento: Zorzi M., Girotto V. (2004) Fondamenti di psicologia generale. Il Mulino, Bologna.
Per un intervista a Howard Gardner: Cicerone P.E. (2000) Tanti individui, tante intelligenze. http://www.lescienze.it/specialarchivio.php3?id=1780