In conseguenza di ciò nel 1963 fu raggiunto un accordo sulla proibizione dei test nell'atmosfera, accordo al quale aderirono le principali potenze nucleari. Il fallout radioattivo ebbe un picco di intensità intorno al 1962-63, quindi gradualmente diminuì e oggi è trascurabile; alcuni degli gli isotopi ricaduti sulla terra e sugli oceani nei primi due decenni del dopoguerra, ad esempio lo stronzio 90 che ha una vita media di circa trent'anni, sono tuttora radioattivi, ma la forte diluizione non segnala zone di pericolo.
È difficile valutare se la radioattività dovuta al fallout, che si aggiunge alla radioattività naturale esistente ovunque, abbia avuto effetti significativi sulla salute delle popolazioni. Vi sono valutazioni non concordi perfino sull'entità delle gravi conseguenze dell'intensa radioattività provocata dalle esplosioni delle due bombe sul Giappone.
I test nucleari nel sottosuolo invece non pare abbiano dato seri problemi di contaminazione, perché la radioattività resta confinata a una profondità di sicurezza. E lì resterà a lungo, diminuendo gradualmente di intensità.
Problemi di contaminazione più gravi sono stati provocati, soprattutto nei primi anni del dopoguerra nella ex Unione sovietica, nelle zone dove si preparavano gli esplosivi nucleari. L'urgenza di procedere nella competizione con gli Stati Uniti e la sottovalutazione dei rischi hanno portato a livelli di contaminazione altissimi.