Molti genitori sostengono che nel periodo in cui sono stati ragazzi (negli anni Sessanta e Settanta) l'assenza di tecnologia (per esempio cellulari, pc, playstation) agevolava il dialogo, la società era fondata sui valori molti più di oggi. Per certi versi lo penso anch'io, ma vorrei avere una delucidazione dagli esperti di Ulisse, o una strada da seguire (siti web, idee ecc.) affinché possa scoprirlo da solo.
Fin dalla sua comparsa, la specie "homo sapiens" è stata caratterizzata da una cospicua attività tecnologica, cioé costruzione e uso di strumenti per conoscere il mondo e agire su di esso (conoscenza e azione sono strettamente legate tra loro) e l'introduzione di ogni strumento o dispositivo o sistema tecnico nuovo ha sempre modificato l'uomo. In questo senso si può dire che uomo e tecnologia sono inseparabili e si può parlare del complesso "uomo + strumenti" come di un vero e proprio "simbionte", cioé una creatura ibrida metà biologica metà tecnologica. Anche se ci sembra di poterci svestire in ogni momento dei nostri strumenti, in realtà è impossibile farlo perché ormai fanno parte di noi. Non sono solo delle protesi, che suppliscono a capacità compromesse o perdute: sono addirittura rivelatori e catalizzatori di capacità sconosciute e insospettate. Chi avrebbe mai immaginato l'abilità che dimostrano nei videogiochi o nella simulazione o nella programmazione ecc... gli umani che fin da piccoli hanno interagito con le macchine informatiche? Peraltro ogni tecnologia è un "filtro", nel senso che potenzia o addirittura fa emergere certe capacità ma ne deprime o ne fa sparire altre. Ecco che le capacità che scompaiono, sentite come importanti (come valori) dalla generazione precedente, danno spesso l'impressione di un impoverimento. Che però è bilanciato dalla comparsa di capacità nuove.
Il bilancio è naturalmente lasciato a ciascuno di noi: i vecchi di solito sono nostalgici, i giovani di solito sono entusiasti. Che la tecnologia modifichi in profondità l'uomo è un fenomeno che oggi, proprio per la marcia sempre più rapida dell'innovazione, è molto visibile. In passato la lentezza dell'innovazione e la scarsità delle invenzioni tecnologiche mascherava questo processo trasformativo e dava l'impresione che l'uomo fosse sempre lo stesso. Questa concezione "fissista" dell'umanità è rispecchiata in molte religioni e in molte filosofie, ma oggi è sempre più difficile sostenerla. Tanto è rapido il cambiamento subito dall'umanità per effetto della tecnologia che molti parlano allarmati di "disumanizzazione": tuttavia, poiché la tecnologia fa parte essenziale della natura umana, mi sembra paradossale parlare in questi termini. Piuttosto direi che nel simbionte "uomo+tecnologia" si manifesta uno squilibrio crescente tra le due componenti, biologia e tecnica a favore della seconda, squilibrio che, tra l'altro, provoca molta sofferenza anche a livello inconsapevole. Queste sofferenze, il rapido mutamento della nostra vita e delle nostre concezioni, la crisi dei valori tradizionali, le possibiltà inaudite promesse da una tecnologia onnipresente ecc... si fondono e provocano una forte domanda etica, che tuttavia non trova risposte convincenti perché da una parte non ci si può richiamare alla tradizione, ormai in buona parte inadeguata per affrontare i problemi nuovi, e dall'altra non ci si può inventare una stabilità basata su ipotetici valori nuovi, che sono messi in discussione ogni giorno proprio dal turbinoso avanzare delle tecnologie e dallo scollamento progressivo tra le componenti cognitive e le componenti affettive dell'essere umano.
Per approfondire: di Giuseppe O. Longo: Il nuovo golem (Laterza); Homo technologicus (Meltemi, Roma), Il simbionte: prove di umanità futura (Meltemi, Roma).