L'ipotesi di Pauli, ad esempio, fu definitivamente confermata solo nel 1956 da Cowan e Reines, questo perché il neutrino è una particella che, come giustamente si dice nella domanda, interagisce in modo estremamente debole (non a caso le sue interazioni sono definite appunto deboli per sottolineare come esse siano molto più flebili delle interazioni elettromagnetiche fra particelle dotate di carica elettrica o delle interazioni forti fra protoni e neutroni nei nuclei atomici), e dunque la sua rivelazione ha richiesto lo sviluppo di tecniche di misura estremamente raffinate. Ad esempio, la probabilità di interazione di un neutrino proveniente dal Sole con un elettrone è 18 ordini di grandezza (un miliardesimo di miliardesimo) più piccola di quella di un fotone con un elettrone (effetto Compton).
L'indizio forse più evidente del fatto che il neutrino ha rappresentato per molti decenni solo una ipotesi teorica, pur molto convincente, piuttosto che un vero oggetto di sperimentazione, lo troviamo nuovamente nelle parole di Pauli, il quale dichiarà al suo amico astronomo Walter Baade a proposito della sua ipotesi del neutrino:
"Oggi ho fatto qualcosa che un fisico teorico non dovrebbe fare mai nel corso della sua vita. Oggi ho predetto qualcosa che non sarà mai possibile rivelare sperimentalmente".
Dai tempi eroici di Pauli, i neutrini sono stati rivelati dopo essere stati prodotti artificialmente in esperimenti con acceleratori, o frutto delle reazioni nucleari operanti nei reattori nucleari. Inoltre, sono anche stati misurati neutrini prodotti in sorgenti astrofisiche naturali, come il nostro Sole o in una esplosione di Supernova avvenuta nel 1987 (la SN1987A), infine, neutrini prodotti nell'atmosfera dai raggi cosmici che investono costantemente la Terra. Questa mole di osservazioni ha consentito di accumulare un patrimonio di conoscenze sui neutrini che forse apparirebbe oggi a Pauli alquanto sorprendente. Sappiamo che esistono tre specie di neutrini, sappiamo in dettaglio il modo in cui essi interagiscono con elettroni, protoni e neutroni, sappiamo infine che essi hanno una massa, benché molto piccola, al più circa un milione di volte più piccola della massa dell'elettrone.
Cosa possiamo dire delle interazioni gravitazionali del neutrino? Al momento non vi è nessuna evidenza diretta del comportamento dei neutrini con il campo gravitazionale, simile ad esempio al famoso esperimento sulla deflessione della luce, che mostra che anche i fotoni, sebbene abbiano massa nulla, sono soggetti all'attrazione da parte dei corpi celesti. Tuttavia, nel quadro teorico comunemente denominato Relatività Generale, formulata da Einstein a partire dal 1915, e che descrive correttamente a tutt'oggi ogni fenomeno gravitazionale, sappiamo che vige un principio estremamente semplice ed elegante, detto Principio di Equivalenza. In base a tale principio ogni forma di materia, o per meglio dire di energia, interagisce gravitazionalmente, producendo un campo gravitazionale e a sua volta risentendo dell'effetto del campo gravitazionale prodotto da altre sorgenti, e il modo in cui il campo gravitazionale agisce su ogni forma di energia è universale, lo stesso dunque su ogni forma di energia.
Anche i neutrini, dunque essendo pacchetti di energia e di quantità di moto, interagiscono gravitazionalmente. Questo sarebbe vero anche se, come si riteneva fino alla scoperta negli ultimi anni che essi hanno massa, i neutrini avessero massa nulla. Anche i fotoni hanno massa nulla, ma il già citato esempio della deflessione della luce in campi gravitazionali mostra che ciò che il campo gravitazionale "vede" è l'energia di una particella, piuttosto che la sua massa come nella teoria di Newton.
Se dunque la teoria della Relatività Generale è corretta, e, ripeto, ad oggi essa ha superato con successo innumerevoli test sperimentali, un neutrino in presenza di una forte sorgente di campo gravitazionale quale un buco nero, si comporterebbe esattamente come una qualunque altra particella, come un elettrone, un protone o un fotone. Se la sua energia non fosse abbastanza elevata per sfuggire all'attrazione molto forte del buco nero, esso finirebbe per "cadere" nel buco nero, scomparendo alla nostra vista una volta superato quella superficie denominata orizzonte degli eventi che separa l'Universo osservabile (in cui fortunatamente ci troviamo) da quella parte di spazio che appunto denominiamo buco nero, e il cui raggio è dato appunto dal valore del raggio di Schwarzschild.