L'umore è il tono affettivo che colora l'intera nostra esperienza soggettiva. L'affettività, cioè tutto il complesso di sentimenti, sensazioni, e tono affettivo di fondo, si pone tra le attivazioni istintive e pulsionali dell'individuo e le attività più sofisticate, come quelle cognitive di pensiero e ragionamento. Lo studio dell'umore si pone pertanto al centro della regolazione della vita psichica dell'individuo in generale. I disturbi dell'umore determinano nella elevazione o nel decremento di questa funzione affettiva, in ogni caso un disadattamento sociale. Infatti in caso di un esagerata attivazione affettivo-umorale assistiamo alla comparsa di euforia, ideazione accelerata e irrealistica, a cui gli psichiatri danno il nome di sindrome maniacale. Il decremento del tono dell'umore si esprime con i sintomi della depressione: apatia, scarsa autostima, svalutazione delle proprie capacità, scarsa cura del proprio aspetto, esagerato senso di colpa e altri.
Tradizionalmente, sono numerosi gli ambiti di ricerca che sono stati sviluppati per rispondere a questa domanda. Il primo, prevalente nella tradizione delle neuroscienze, si occupa di quelli che sono i fattori biochimici, fisiologici, anatomico-strutturali che, in seno al sistema nervoso centrale, determinano la regolazione dell'umore. In questo senso, chi studi i diversi aspetti micro o macrostrutturali del cervello vede la genesi dell'umore e dei suoi disturbi in una disfunzione dei sistemi anatomico funzionali e neurotrasmettitoriali che regolano le principali "stazioni" cerebrali che regolano l'affettività.
Il secondo ambito di ricerca si inserisce invece in un filone psicologico e descrive quali siano i fattori psichici, cognitivi o emozionali, che tenendo conto delle relazioni che ciascun soggetto ha con l'ambiente esterno e le altre persone, determina un senso fondante di benessere. In questa tradizione di estrazione più propriamente psicologica, o meglio psicoanalitica, sempre di più la scienza contemporanea contempla anche fattori inconsci, ossia il fatto che a determinare il nostro benessere, o la patologia, vi siano contenuti psichici del quale l'individuo è più o meno inconsapevole.
L'umore, le emozione e la consapevolezza cosciente sono intrecciati l'uno con l'altro. Nelle neuroscienze esistono centinaia di teorie e discipline che si occupano dell'interfaccia tra cognitività e affettività: in questo contesto privilegerò una delle teorie più recenti sulla regolazione dell'umore, che ha portato anche alla nascita di una nuova branca all'interno delle neuroscienze, le neuroscienze affettive (Pankseep, 1998). Secondo Pankseep, il "senso" delle emozioni, quello che poi colora il nostro mondo affettivo e dell'umore, viene organizzato in modo molto diverso da quello delle modalità sensoriali dirette verso l'esterno. Le emozioni riflettono quei cambiamenti nel nostro corpo che sono comunicati alle strutture di monitoraggio somatico del nostro cervello, non solo attraverso dei canali specifici di elaborazione delle informazioni, ma anche attraverso i meccanismi meno sofisticati di trasporto chimico della corrente ematica e della circolazione del fluido cerebrospinale. Queste strutture di monitoraggio somatico, a loro volta, trasmettono i loro messaggi in uscita (gli output) ampiamente e diffusamente attraverso tutto il prosencefalo, esercitando pertanto un effetto globale, un'“azione di massa" sui canali di elaborazione delle informazioni della coscienza (questi output non sono determinati solo dagli eventi corporei in corso; le strutture di mappatura corporea generano un corpo virtuale, che è soggetto, a tutti gli effetti, oltre alle influenze chimiche anche a quelle di ogni altro tipo).
In aggiunta, le emozioni sono diverse da tutte le altre modalità sensoriali: questo è dovuto proprio al fatto che esse sono dirette verso l'interno: noi siamo in grado di percepire le nostre emozioni solo soggettivamente. Questo si applica anche alla coscienza (intesa come la consapevolezza dei nostri vissuti) in generale, ma si applica alle emozioni in un modo speciale. Non è solo la percezione delle emozioni a essere soggettiva: anche ciò che le emozioni percepiscono è di carattere soggettivo. L'emozione è la percezione di uno stato del soggetto, non del mondo oggettuale.
Alcune situazioni rendono tutti noi più propensi a provare certi sentimenti, e sono allo stesso tempo quelle più efficaci per spingerci ad agire in certi modi più o meno standardizzati. I neurobiologi chiamano queste reazioni affettive universali emozioni di base. Le emozioni di base sembrano consistere in "circuiti" predeterminati di associazione tra le situazioni esterne di rilevante significato biologico e le risposte soggettive da queste evocate. Questo implica, innanzitutto, che alcuni schemi percettivi relativi agli stimoli esterni sono collegati in modo innato a specifici stimoli percettivi che vengono dall'interno; è implicito inoltre che tali collegamenti percettivi innescano automaticamente delle risposte motorie (dirette sia verso l'interno che verso l'esterno). La coordinazione di questi diversi elementi delle emozioni di base si dispiega su percorsi anatomici precisi e richiede dei meccanismi fisiologici specifici. Per esempio, è possibile attribuire con una certa sicurezza al GPA (grigio periacqueduttale), un raggruppamento neuronale sito intorno al mesencefalo, un ruolo centrale nel coordinamento delle percezioni esterne e interne, e quindi nella genesi della maggior parte delle emozioni di base (se non addirittura della loro totalità), essendo questa una struttura fondamentale nel collegamento tra il prosencefalo esterocettivo e le strutture enterocettive del tronco encefalico. Indiscutibilmente, i sistemi di comando delle emozioni di base (come sono stati chiamati questi complessi funzionali) si sono evoluti attraverso milioni di anni. Queste emozioni di base esistono proprio perché esse stabiliscono un valore aggiunto, utile alla sopravvivenza, in situazioni di rilevante significato biologico (per esempio, quando vi è un pericolo mortale, oppure quando ci si trova in prossimità di un partner fertile). Tali emozioni forniscono dei modi di reagire che aumentano la probabilità che l'organismo sopravviva e arrivi a riprodursi, rendendolo pertanto in grado di trasmettere i propri geni nel tempo.
Le emozioni di base sono profondamente conservate nel genotipo dei mammiferi proprio perché questi meccanismi richiedono tanto tempo per svilupparsi, e anche perché essi hanno un valore così influente sulla sopravvivenza. In questo senso, nel cervello vi sarebbero quindi quattro principali sistemi di comando delle emozioni di base: il sistema di ricerca (seeking), della rabbia (rage), della paura (fear), e del panico (detto anche separation distress system). Ciascuno di questi sistemi ha una precisa costituzione anatomica e funzionale, oltre che un'organizzazione neurochimica: è su queste strutture che gli psichiatri agiscono, aumentando o decrementando il rilascio di neuro trasmettitori con gli psicofarmaci che agiscono sull'umore. I più noti e più usati, ad esempio, sono gli SSRI (selective serotonin reuptake inhibitors), che come dice il nome stesso agirebbero selettivamente sulla ricaptazione sinaptica della serotonina, aumentandone la concentrazione, e quindi la disponibilità per i neuroni collegati a queste strutture. Anche se è noto che la serotonina svolge un ruolo sostanziale nella genesi dei disturbi dell'umore, come la depressione o gli episodi maniacali, non è ancora conosciuto a fondo esattamente come questi farmaci agiscano. Infatti la regolazione della concentrazione di serotonina richiede dei recettori sia presinaptici, sia post sinaptica, che a loro volta sia facilitano, e d'altra parte inibiscono in via retrograda la secrezione di serotonina. Inoltre l'azione di alcuni di questi recettori per la serotonina una volta attivati dal neurotrasmettitore agirebbero immediatamente mediante la liberazione di un'impulso nervoso, altri recettori invece interagirebbero mediante dei messaggeri intermedi con l'espressione genica dei neuroni modificandone la conformazione e quindi la modalità di trasmissione a lungo termine. Infine sono stati oramai evidenziate diverse decine di varietà di questi neurotrasmettirori specifici solo per la serotonina!
È quindi evidente che siamo ancora distanti dall'attribuire con sicurezza una localizzazione e una definizione di un singolo sistema neurotrasmettitoriale collegato alla regolazione dell'umore e alle manifestazioni psicologiche e comportamentali che chiamiamo depressione o mania (euforia patologica). Quindi per concludere, possiamo affermare che da un punto di vista delle neuroscienze conosciamo oggi molto di questi sistemi di base delle nostre emozioni. Per rispondere alla domanda iniziale possiamo dire che nel cervello a determinare il nostro umore vi sono alcuni sistemi di comando di base delle nostre emozioni che sono regolati mediante specifici neurotrasmettitori. La miscela di segnali che momento per momento ci giunge da questi rilevatori del mondo esterno e di quello viscerale interno determina il nostro umore. Una disregolazione neurotrasmettitoriale, che classicamente chiama in causa trasmettitori quali la serotonina (ma anche la noradrenalina e la dopamina), sarebbe quindi la base dei disturbi psichici legati all'umore, come la depressione unipolare o il disturbo bipolare (alternanza di episodi depressivi e maniacali).
I risvolti psicologici della regolazione dell'umore
Pertanto è necessario anche rivolgerci ancora a un ambito prettamente psicologico e cercare di compiere il percorso inverso, ossia dal comportamento osservabile nelle sindromi nelle quali il tono dell'umore non appare né regolato né adattativo rispetto alla vita sociale, relazionale affettiva e lavorativa dell'individuo, per portarci a porsi di nuovo la domanda iniziale "Da che cosa può essere determinato l'umore di questa persona?", tenuto conto che tutta la sua vita, cognitiva e affettiva, e di come sia giunto a esprimere una disregolazione dell'umore?
Freud, ancora nel 1915, sosteneva che: "la melanconia, la cui determinazione concettuale risulta oscillante perfino nella psichiatria descrittiva, si presenta in forme cliniche differenti, il cui criterio di raggruppamento unitario non appare stabilito con certezza. Inoltre, alcune di queste forme fanno pensare ad affezioni di tipo più somatico che psicogeno. L'accostamento del lutto e della melanconia pare giustificato dal quadro d'insieme di questi due stati. Il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata. La stessa situazione produce in alcuni individui — nei quali è sospettabile, perciò, la presenza di una disposizione patologica — la melanconia invece del lutto. La melanconia è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell'attesa delirante di una punizione. Nel lutto non compare il disturbo del sentimento di sé, ma per il resto il quadro è identico." [Sigmund Freud (1915), Lutto e melanconia].
Rimane chiaro che al centro del nostro umore ritroviamo anche qui (e in armonia con quanto le neuroscienze ci insegnano) il sentimento intorno al nostro Sé, intesa attorno alla immagine mentale che abbiamo di noi stessi, che comprende (e di fatto origina da questo) anche la nostra immagine corporea, il nostro Sé somatico. Questo sentimento di Sé può anche essere assimilato al concetto di autostima. Una buona stima di sé, che garantisca un sufficiente senso di benessere e un umore tale da garantirci una buona gestione delle nostre relazioni quotidiane dipende solitamente da una certa dose, probabilmente di natura innata, e quindi su base genetica, di risorse relazionali, ossia quelle competenze temperamentali e specifiche che ogni individuo ha fin dalla nascita, per cui l'equilibrio tra capacità affettive, nelle quali potremmo comprendere un equilibrio armonico tra l'amore per sé stesso (narcisismo) e la capacità di amare gli altri. Secondariamente le nostre capacità cognitive, che forniscono le competenze per raggiungere i nostri ideali (e il nostro Sé ideale). Infine è necessaria una buona dose di costante rifornimento soddisfacitorio da parte delle relazioni più precoci del bambino con chi lo accudisce e dell'adulto poi in altre forme sostitutive e mature di amore.
Molto precocemente nel bambino si forma un'immagine del modo in cui siamo e del mondo con il quale interagiamo, un'immagine di noi stessi che Sandler (1998) chiama Sé ideale. Questa è un'istanza o una struttura psichica, che potremmo definire "un modo in cui ci piace pensare a noi stessi", o in termini soggettivi "quello che desidererei essere". È un modello psichico di noi stessi che ovviamente si basa sulle più precoci e fondanti relazioni istituite con i nostri genitori. Esso si è fondamentalmente formato sulla base di un desiderio infantile di fusione o ricongiungimento totale con i propri genitori, la madre in primis (identificazione primaria). La funzione evolutiva di questo modo conscio e inconscio di pensare è di permetterci un certo trasferimento della dipendenza psicologica dai genitori a un'immagine interna al bambino, quale fonte potenziale di rassicurazione e benessere. In questo modo il bambino può evitare le frustrazioni ricorrendo al proprio Sé ideale scegliendo dei comportamenti consoni a questo modello di sé stesso.
In fondo gran parte dei funzionamenti mentali sono regolati secondo un'omeostasi processi affettivi e dei sentimenti, un equilibrio dinamico per cui ogni turbativa della sfera emozionale è in grado di evocare potenzialmente una certa dose di dolore psichico. La mente mette in moto delle contromosse, le difese psicologiche, che, in maniera del tutto similare al sistema immunitario, o meglio a quello anestetizzante endogeno del corpo, sono adibite ad abbattere la percezione del dolore psichico, o a innalzarne la soglia. Ad esempio, nella genesi delle modificazioni permanenti dell'umore hanno un'enorme importanza i sentimenti di colpa e di vergogna. È infatti universalmente noto che la persona depressa non esce di casa in preda a paura di confrontazione con il resto del mondo, si vergogna di sé stessa e della propria condizione, incolpandosi poi di tutti i propri mali e di quelli dei suoi famigliari. In questi casi la sofferenza psichica può essere molto elevata. La genesi della vergogna in questo modello si avrebbe ad esempio perché vi è una particolare incapacità nel raggiungimento di una corrispondenza tra la nostra immagine attuale del Sé (ciò che noi siamo e come ci percepiamo realmente) e il nostro Sé ideale: è un po' come se il malato dicesse "io mi percepisco — Sé attuale — diversamente da come desidererei percepirmi, o da come mi aspetto di essere — Sé ideale — che è anche come mi aspetto che gli altri mi vedano". Da qui la vergogna. Diversa e più complessa è l'origine dei sentimenti di colpa così radicati nella regolazione del nostro umore e delle nostre relazioni con gli altri. La colpa è infatti quella particolare qualità di dolore mentale dovuto alla non corrispondenza tra il proprio Sé ideale e quello proposto dai propri modelli ideali interni ( a loro volta originatesi dalle regole precoci dei nostri genitori). In questo caso la persona si sente in colpa perché vorrebbe essere in un certo modo — Sé ideale — ma sente che questo non è in armonia con i modelli genitoriali, culturali o sociali imposti: "io dovrei percepire me stesso in un certo modo — modello ideale — ma desidero percepirmi in un altro — Sé ideale — e perciò mi sento male, ossia in colpa".
Il risultato di tutto questo complesso lavoro psicologico è il nostro senso di autostima, di benessere e di sicurezza che sono sentimenti di fondo dovuti all'armonico sviluppo — o alla discrepanza — tra il nostro sentimento di Sé attuale e le nostre aspettative e desideri relazionali più profondi.
In sintesi, è possibile concludere che il nostro umore, da un punto di vista psicologico, ossia da un punto di vista dei nostri vissuti interni soggettivi, dipenda dalla costante monitorizzazione e poi dall'accoppiamento di tutte quelle percezioni e sensazioni che ci giungono dall'esterno e dall'interno del nostro corpo. Le sensazioni che ci giungono dall'esterno attraverso i nostri sensi, sono anch'esse riconoscibili e quindi dipendenti dalle esperienze e quindi dalle memorie specifiche di ogni individuo. In questo modo, è oggi ben noto che anche le nostre percezioni sensoriali che ci giungono dall'esterno non sono mai scevre da elementi soggettivi e da ciò che abbiamo appreso, e da ciò che in ultima analisi "siamo". La verifica che ci giunge momento per momento da queste percezioni conferisce alla nostra vita quel senso di sicurezza che è alla base della qualità della nostra vita. Dall'altra parte, noi riceviamo in continuazione informazioni dai nostri sistemi emozionali interni, e queste informazioni affettive conferiscono al mondo il "colore dato dagli affetti" che è alla base del nostro benessere psicofisico. L'abbinamento di questi sentimenti durevoli di sicurezza e di benessere conferiscono al nostro stato mentale l'apprezzamento di quella sensazione di "funzionare psicologicamente" alla base del nostro (buon o mal-)umore.