Stephen Jay Gould, che nostalgia!

storiaScienzeNaturali060118
Stephen Jay Gould mi manca molto. Ho letto (e riletto) tutti i suoi libri (in lingua italiana) apprezzandone, oltre al contenuto scientifico per il quale, da profana, posso solo manifestare la mia grande simpatia (sono pubblicitaria, paleontologa per divertimento), la sensibilità squisita e appassionata (ricordate Gould che scoppia in lacrime, da baritono, cantando col coro della Boston? In Otto piccoli porcellini, a proposito dell'evoluzione degli ossicini dell'orecchio... Dio!) e poi l'autentica meraviglia che mette nella sua "scoperta" ne "La vita meravigliosa" (grande libro!)... Insomma dicevo... mi manca e mi chiedo chi siano i suoi eredi intellettuali. Questa la domanda. Grazie.
antonella farina
1 dicembre 2005
Stephen Jay Gould ha indubbiamente lasciato un vuoto. Certo, il seguito nel grande pubblico denota qualità di comunicatore che ne hanno fatto un grande scrittore e un divulgatore scientifico di primissimo piano.

È opinione comune che al momento non si vedano in giro (né all'orizzonte, per la verità) quelli che possano definirsi suoi eredi dal punto di vista della saggistica e della comunicazione scientifica.

È vero che le librerie offrono continuamente nomi vecchi e nuovi in questo settore, ma lo è altrettanto che tutte le qualità elencate dalla lettrice appassionata non si rinvengono al contempo in un singolo autore al livello di Gould.

C'è da dire che condividere le emozioni della lettura non vuole dire necessariamente condividere in toto le idee. Molti scienziati (come il sottoscritto) si sono emozionati leggendo Gould, pur non condividendo necessariamente la totalità delle sue idee sull'evoluzione. Come già ebbi modo di scrivere al riguardo, in campo scientifico il ruolo svolto da Gould è stato più provocatorio che apportatore di novità. Le sue provocazioni "rivoluzionarie" hanno costretto gli evoluzionisti a rileggere le proprie posizioni, a non accettare per scontate "dottrine" e dogmi che poco hanno a che vedere con la scienza. Ritrovarsi con le proprie convinzioni rafforzate dopo un loro riesame critico, è per ogni scienziato un'emozione comparabile a quelle che si provano leggendo il Gould saggista.

Così se proprio si vuole cercare qualche erede di Gould, non trovandolo tra i molti scrittori e divulgatori scientifici, bisogna andarlo a cercare tra i molti scienziati, cresciuti leggendo magari Gould (ma anche Dawkins tanto per citare un altro saggista e comunicatore di successo... non proprio sulla stessa linea di Gould) assieme ai manuali di chimica, zoologia, ecologia.

Non si può non terminare con un "purtroppo". Purtroppo, infatti, una certa tendenza a "tecnologicizzare" le discipline scientifiche, rischia di rendere difficile un approccio critico ai problemi dell'evoluzione come quello suggerito da Gould. Per poterlo fare è necessaria da parte degli studiosi una solida base Culturale (che scrivo con la "c" maiuscola non foss'altro che per restituirle una dignità che va perdendosi in ambito scientifico).

Leggendo Gould si vede uscire dalle pagine un sottofondo culturale, come un'eco di parole in lingue antiche, che è (era?) propria della preparazione universitaria di tipo europeo più che di quella americana. L'Accademia europea, e quella italiana in modo particolare, sembra aver accettato supinamente l'idea che l'università debba creare dei tecnici specializzatissimi, anche in quelle discipline - come le scienze della vita - ove la tecnologia non può esaurire la vastità del sapere disponibile. E così oggi assistiamo alla creazione di corsi di laurea estremamente specializzati (è vero, non si può più pensare di formare dei biologi, ad esempio, con conoscenze in tutti i settori della biologia). Il problema è che la specializzazione estrema è, non si capisce perché, spesso, troppo spesso, associata alla rinuncia alle basi culturali, fiore all'occhiello dei nostri laureati. Corsi come "Storia del pensiero biologico", "Filosofia della scienza" sono quasi scomparsi dalle nostre università, o giocano ruoli marginali.

Ecco: gli eredi futuri di Gould, tra i quali magari trovare anche chi possa dare uno scossone forte alla biologia evoluzionistica del ventunesimo secolo, potrebbero essere cercati tra le fila dei giovani studenti europei (e perché non italiani?) se e solo se, un grosso lavoro di revisione dei nostri corsi di laurea imponesse fin dai primissimi anni, una formazione culturale solida e ampia, su cui costruire al contempo capacità critiche e specializzazioni tecnologiche.

Marco Oliverio Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo, Università di Roma La Sapienza, Roma

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