Le catastrofi più catastrofiche

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Quali sono le principali catastrofi ambientali passate alla storia?

Anna Moroni
15 novembre 2005
Parlare di tutte le catastrofi ambientali ed ecologiche che sono passate alla storia richiederebbe molto tempo e molto spazio, proprio per il grande numero di eventi che hanno avuto effetti rilevanti sul pianeta o parte di esso. In secondo luogo, non sempre è facile tradurre in un dato assoluto l'impatto sulle persone, sulle cose e sugli ambienti. Se è facile comprendere la gravità di un qualsiasi evento (terremoto, maremoto, eruzione, esplosione di edifici) in base al numero di vittime umane (le stime vanno però prese con le pinze), molto più complesso è infatti valutare il danno sugli ecosistemi interessati e sugli organismi, in quanto le stime sono molto più aleatorie, mentre gli effetti non sono da valutarsi nell'immediato, quanto nel medio e lungo termine. Ad ogni buon conto possiamo analizzarne alcune dividendole in due grandi categorie: quelle naturali, ovvero indipendenti dall'uomo, e antropiche, in cui la mano umana è determinante. Va notato che in certi casi una catastrofe ambientale naturale non sempre produce effetti dannosi: si pensi a tale proposito all'estinzione dei dinosauri, che ha decretato il successivo successo dei mammiferi e, in definitiva, dell'uomo.

Catastrofi naturali

Registrati all'interno delle rocce vi sono numerosissimi eventi, i più interessanti dei quali per la nostra dissertazione sono le estinzioni di massa. Con questo termine si indica la moria contemporanea (in tempi geologici) di una grossa percentuale delle specie presenti in un dato momento della storia del pianeta dovuta a cause geologiche (deriva dei continenti, eruzioni a scala globale), astronomiche (impatti di corpi esterni, esplosioni di stelle vicine), climatiche (glaciazioni, continentalizzazione) e biologiche (competizione con altre forme più adatte). Sulla base dei dati paleontologici, la più catastrofica fu quella al termine del Paleozoico: alla fine del periodo Permiano (250 milioni di anni fa) il 90% delle specie presenti sulla Terra (terrestri e marine) fu spazzato via, cancellando tra l'altro forme davvero bizzarre come i trilobiti. La seconda e più famosa, complice anche una buona gran cassa mediatica, è quella indicata dal cosiddetto “limite K-T”: alla fine del Cretaceo (65 milioni di anni fa) fu la volta di dinosauri, rettili marini e volanti, ammoniti, foraminiferi planctonici, la maggior parte delle piante primitive, per un totale stimato del 75% delle specie e il 50% delle famiglie. Tra gli eventi climatici, le glaciazioni del Pleistocene (tra 700.000 e 10.000 anni fa) sono i primi eventi a interessare l'uomo, con il principale effetto della riduzione degli habitat nell'Europa settentrionale e centrale e, conseguentemente, di flora e fauna.

Terremoti, maremoti, eruzioni

Queste cause geologiche di gravi eventi calamitosi vanno trattate assieme, perché spesso un fenomeno ne produce a catena un secondo. In epoca storica, nel 1465 a.C., l'isola di Thera, oggi nota come Santorini, esplose violentemente in conseguenza del contatto diretto tra acqua di mare e camera magmatica; oltre a cancellare la vita sull'isola, produsse un maremoto che colpì indifferentemente tutte le coste del Mediterraneo orientale e centrale, che il mito raccontò come la scomparsa del favolosi continente di Atlantide. Se il numero di vittime non fu elevato lo si deve esclusivamente alla bassa densità demografica del continente, ma si possono calcolare danni ingentissimi per l'ecosistema marino. Ben più nota, grazie agli splendidi reperti archeologici, è l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che costò la vita alle comunità di Pompei ed Ercolano, per un numero di vittime calcolabile in almeno 10000 persone. Nonostante questo i tufi e le ignimbriti rappresentarono nuovo terreno ricco in elementi, ben presto ricolonizzato tanto dalle piante quanto dall'uomo. Nel 1883, precisamente il 26 agosto, fu il vulcano Krakatoa a saltare in aria con un'esplosione pari a 100 megatoni (il cui boato si propagò per 500 km e più), la produzione di una colonna di ceneri alta 36 km ed uno tsunami di 40 metri d'altezza che investì le coste di Giava e Sumatra. Gli effetti furono incalcolabili: oltre a migliaia di vittime, la massa di polveri produsse negli anni successivi un repentino abbassamento della temperatura, testimoniato in Europa da stagioni invernali molto rigide. Tra il 28 e il 29 dicembre 1908 nel sottosuolo messinese si produsse una scossa sismica del 10 grado della scala Mercalli: la città contò 80.000 vittime, mentre il maremoto che ne derivò si abbattè violentemente su Reggio Calabria, uccidendo altre 15.000 persone. Non possiamo scordare un'altra ferita tutta italiana: il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976, a seguito di una scossa di magnitudo 6,4: le vittime furono relativamente poche, ma le strutture soffrirono danni notevoli. Il 1980 va invece ricordato per due eventi molto distanti tra loro nello spazio: il 18 maggio, alle 8:32 del mattino, una scossa di magnitudo 5.2 Richter (l'equivalente della bomba di Hiroshima) viene seguita dall'esplosione del vulcano Saint'Helen, nelle Montagne Rocciose. La montagna perse i 500 metri superiori, mentre una nube ardente che viaggiava a più di 100 km/h cancellò decine di migliaia di ettari boscati, alcuni villaggi e interessò anche alcuni bacini lacustri. Il 23 novembre l'Irpina fu invece scossa da un sisma di magnitudo 6,9 Richter, che durò 80 secondi: 2000 i morti, interi paesi rasi al suolo ed una difficile ricostruzione giunta sino ai giorni nostri, e purtroppo con tecniche tutt'altro che antisismiche. Il 26 dicembre 2003 la terra tremò a Bam, nell'Iran meridionale, per 14 secondi sotto un impulso di 6,5 gradi Richter, distruggendo l'intera città e costando la vita a circa 50.000 persone. E quindi l'ultimo, e ancora nei nostri occhi: lo tsunami più devastante che si sia mai registrato in Indonesia. 26 dicembre 2004, una faglia nell'oceano Indiano si muove di circa 4 metri, generando un sisma di magnitudo 9.0 ed un maremoto, che ha raggiunto anche le coste del Sudafrica, che costò la vita a più di 280.000 persone. Ma ciò che nessuno ha potuto calcolare è stato il danno ambientale, in termini di animali, piante, ecosistemi compromessi, inquinamento da cadaveri e da strutture umane (fognature, tubazioni di gas…).Tutti questi eventi (e ne abbiamo elencati un numero davvero irrisorio) non possono essere considerati soltanto dal punto di vista economico. I danni alle comunità marine, lo abbiamo già anticipato, sono valutabili solo sommariamente e necessitano anni di analisi e ricerche per stabilire se e quando l'equilibrio verrà ristabilito.

Uragani, alluvioni e frane

Questi fenomeni si pongono a cavallo tra le catastrofi naturali e quelle antropiche. In primo luogo perché spesso i danni sono dovuti più all'imperizia umana (costruire dove non si deve) che alla reale potenza del fenomeno naturale che li ha provocati. In secondo, perché le variazioni climatiche che registriamo sono in parte dovute all'effetto perturbante avuto dall'uomo sull'equilibrio del pianeta, in particolare sui cicli della materia, estremamente delicati sia dal punto di vista delle quantità in gioco che dei loro tempi per completarsi in modo naturale. In questa sede è quasi banale parlare del recente disastro (forse il più grande subito dagli Stati Uniti) a seguito dell'uragano che ha colpito New Orleans, fatto è che la ricostruzione di questo fertile angolo del pianeta richiederà tempi lunghi e sforzi notevoli. I differenti regimi pluviometrici sono la causa principale di un'altra recente alluvione, quella che colpì l'Europa centrale con l'esondazione del fiume Elba nel 2002. Anche in questo caso i danni sono stati calcolati in termini di vittime e di danni a costruzioni e agricoltura, ma l'area interessata (tra repubblica Ceca e Germania) ci fa comprendere come le perdite in termini ecologici siano ancora più ingenti. Per quanto riguarda l'Italia, alcuni tra i più famosi eventi sono l'alluvione del Polesine (1951), quella di Firenze del 1966 e quella di Alessandria del 1994. Per quanto riguarda le frane, un evento le cui cicatrici sono tutt'ora visibili è certamente quello del Vajont, nel 1963. Il 9 ottobre si staccano dal Monte Toc più di 100 milioni di metri cubi di terreno che, scivolando nell'invaso della diga, provocarono un'onda che si abbattè a valle e costò la vita a tutti gli abitanti di Longarone, e di buona parte di Erto ed altri piccoli centri a mezza costa. In questo caso il danno ambientale è tutto causa dell'uomo, che ha costruito là dove anche il comune buon senso gridava all'errore: nessuno infatti ha mai costruito niente sulle pendici di un monte “marcio”, come l'etimo locale descrive la montagna franata. Una cosa è certa: eventi di questo tipo cambiano anche notevolmente l'aspetto di una regione, ad esempio cambiando il corso dei fiumi o generando nuovi bacini lacustri, e la componente naturale è quella che abbisogna di maggiori tempi per curare le proprie ferite.

Eventi antropici

L'uomo moderno ha avuto da sempre un impatto sul pianeta, interagendo con l'ambiente e piegandolo alle proprie necessità, senza badare, per effettiva ignoranza o volontariamente, alle possibili conseguenze. Per costruzioni e riscaldamento ha sempre utilizzato il legno, una risorsa che era abbondantissima e che è stata pesantemente sfruttata dai romani, che cambiarono l'aspetto di molte regioni dell'Italia centrale. Questo comportò certamente la migrazione o la scomparsa di specie endemiche, con un danno che noi non possiamo oggi misurare. L'ignoranza e il profitto portarono a dare pesantemente la caccia a numerose specie animali come il lupo, la tigre, la balenottera azzurra, portandole sull'orlo dell'estinzione; o a disboscare incontrollatamente vaste aree di foresta pluviale, producendo terreni assolutamente sterili e la scomparsa di migliaia di specie, molte ancora sconosciute; o a regimare con canalizzazioni che hanno reso lunghi tratti fluviali dei veri e propri trampolini di lancio per le alluvioni. Di questi aspetti se ne parla troppo poco, e ci si ricorda soltanto di quelle disgrazie che hanno fatto il giro del mondo grazie ai media: se proprio vogliamo fare degli esempi classici, come non citare l'incidente nucleare di Chernobyl che sprigionò una nube radioattiva propagatasi su tutta l'Europa il 26 aprile 1986; o il disboscamento amazzonico; o ancora lo sversamento avvenuto 2 anni or sono di ingenti quantitativi di mercurio nel bacino del Danubio, con conseguenze incalcolabili per la fauna ittica d'acqua dolce su un percorso di più di 3.000 km. O gli incidenti alle petroliere Prestige, davanti alle coste della Galizia nel dicembre 2002, con una chiazza di materiale greggio che invase anche le coste francesi; dell'Erika davanti alle coste Bretoni nel 1999 con 10.000 tonnellate di greggio riversate in mare con 20.000 gli uccelli morti, la compromissione di gran parte della flora litoranea e, in particolare, della "euphoria peplis", già scomparsa in tutta la rimanente costa atlantica; o, ancora, la petroliera Haven, che perse più di 150.000 tonnellate di greggio davanti ad Arenzano (Genova) nel 1991. Mi fermo qui perché gli incidenti a petroliere sono un fatto notoriamente triste per il trentennio tra 1970 e 2000. Ma che dire di altri eventi che hanno sicuramente avuto conseguenze importanti a livello globale? Mi permetto di citare a tale proposito: gli esperimenti francesi nell'Atollo di Mururoa per i test nucleari (siamo tra 1995 e 1996); gli incedi dolosi di Sidney che si sono ripetuti per ben due anni tra 2001 e 2002, che si sono protratti per più di 15 giorni e che hanno immesso in atmosfera ingenti quantità di CO, CO2 e pulviscolo, senza contare la perdita in termini di aree boscate e di animali; la crisi dei conigli in Australia, moltiplicatisi a centinaia di milioni perché l'amministrazione aveva permesso, in modo molto miope, l'eliminazione dei predatori come il dingo, con la conseguente distruzione di vaste aree di pascolo. E l'elenco potrebbe continuare. Bisogna tenere presente un dettaglio importante: un catasto delle catastrofi ambientali è un buon punto di partenza e un monito per tutti, basta fare una ricerca generica su internet per trovare milioni di siti al proposito. Ma non tiene conto di una cosa: tutti gli eventi si sono succeduti in un intervallo di tempo troppo limitato perché i delicati equilibri ecologici potessero essere ristabiliti, perché i cicli della materia (carbonio, azoto, fosforo, idrogeno, solo per citarne alcuni) potessero assorbire le emissioni in eccesso e stoccarle ad esempio in atmosfera, nei fondali marini o nelle rocce. E la somma di tutti determina una accelerazione delle conseguenze su tutto il pianeta. Speriamo proprio al più presto di non dover arricchire questo triste catalogo, utilizzando con coscienza le tecnologie, vecchie e nuove che siano.


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