Il modello proposto segue una teoria esposta negli anni ottanta da Yves Coppens, antropologo del Collège de France. Notando che i più antichi fossili umani provenivano dall'Africa orientale, Coppens ipotizzò che i netti mutamenti ambientali favoriti dall'apertura della Rift Valley avessero diviso un'unica specie ancestrale di scimmia antropomorfa in due popolazioni distinte. I primati che si trovarono ad occupare le aride terre poste ad est della Rift Valley, diedero origine all'uomo; dalla popolazione occidentale, favorita ancora da un habitat umido di foresta, discesero invece le scimmie antropomorfe attuali.
In realtà, nel corso dell'ultimo decennio, nuovi ritrovamenti hanno cominciato a ridurre il divario conoscitivo che separa l'uomo dalle scimmie antropomorfe africane. Molti fossili dissotterrati recentemente in Ciad, Kenya ed Etiopia appartengono agli ominidi più antichi scoperti fino ad oggi. Databili tra i cinque e i sette milioni di anni fa, se da un lato stanno estendendo nel tempo la documentazione relativa alla specie umana, dall'altro hanno sconvolto le più tradizionali teorie su quando e dove sia comparsa la linea evolutiva umana. E su quale aspetto avesse l'ultimo antenato comune tra noi e il “cugino” scimpanzè.
Non è pertanto possibile fornire una risposta esaustiva sulle origini dell'umanità. Gli studiosi ancora discutono sulla relazione tra le nuove specie che si sono aggiunte al cespuglio evolutivo e l'uomo. Ammesso, chiaramente, che i resti appartengano ai nostri antenati. Certo è che l'albero evolutivo umano assomiglia sempre più ad un cespuglio arruffato, in cui alcune delle nuove scoperte occuperebbero ramoscelli senza sbocco anziché gli agognati posti chiave sulla serpeggiante linea evolutiva che ha condotto all'uomo.