Cause geologiche
Non siamo abituati a pensare, nonostante la ormai confermata deriva dei continenti, che il pianeta è dinamico sia in superficie che nel sottosuolo. Le placche litosferiche continuano i loro cammini, divergendo negli oceani e convergendo nelle zone orogenetiche: per esempio da noi il Tirreno sta espandendosi spingendo la dorsale appenninica verso est, mentre l'Africa sta sempre migrando verso nord, "incollandosi" sempre più saldamente all'Europa, lungo la Linea Insubrica (sistema di faglie parallelo all'asse della Valtellina). Questi lenti ma inesorabili movimenti modificano la distribuzione delle terre e degli oceani, cambiando a loro volta le modalità di insolazione e quindi di riscaldamento dei continenti e delle masse oceaniche. Ne consegue una ricaduta sulle correnti marine e sulla circolazione atmosferica.
Tanto per fare un esempio, l'oceano Atlantico si apre con una velocità media stimata di circa 1-2 cm/anno, con punte fino a 4 cm/anno. Se moltiplichiamo il valore medio per la lunghezza della dorsale (diciamo circa 9000 km) per 100 anni otteniamo circa 18000 km2 di nuova superficie oceanica, i 2/3 della Lombardia (non considero per semplicità la profondità del battente d'acqua).
Tutti i sistemi correlati risponderanno a questa variazione con tempi differenti, e gli effetti diverranno apprezzabili solo con un certo ritardo, nella maggior parte dei casi a scala locale. Lo scivolamento (subduzione) in profondità delle placche oceaniche, poi, ha ripercussioni sulla nostra orbita e rotazione, con oscillazioni e variazioni nell'inclinazione dell'asse di rotazione (che determina un diverso angolo d'incidenza dei raggi solari sulla superficie terrestre), nonché sulla posizione e l'intensità del campo magnetico terrestre (del quale, oltre a sapere che ci protegge dai raggi cosmici, si conoscono ancora poco le interazioni sulla biosfera). A questo aggiungiamo l'attività eruttiva di dorsali oceaniche e di vulcani attivi in tutto il mondo, che immettono in atmosfera gas serra come metano, anidride solforosa e carbonica, oltre che a ingenti quantità di pulviscolo. Questi incidono sulla trasparenza dell'atmosfera, cambiando così l'albedo, ovvero la quantità di luce solare che viene riflessa verso l'esterno.
Cause climatiche globali
La circolazione atmosferica e le correnti oceaniche sono diretta conseguenza dell'insolazione, da intendersi come quantità di energia incidente per unità di superficie in funzione dell'inclinazione rispetto alla superficie terrestre, e dal rapporto tra terre emerse e oceaniche. È sempre il sole il motore di tutto: venti, cicloni, tornadi, brezze si formano tutte per differenze di pressione determinate dalla risalita (bassa pressione) e discesa (alta pressione) di masse d'aria, rispettivamente calde e fredde. Sempre la differenza di temperatura e di densità che caratterizza le acque di oceani e mari è la causa primaria della circolazione delle masse d'acqua. La Corrente del Golfo (CdG), che si forma incessantemente nel Golfo Del Messico e viaggia per migliaia di chilometri verso l'Europa mitigando il nostro clima, è solo una parte del grande nastro trasportatore che circumnaviga il globo e rimescola le acque di superficie. A questo dobbiamo aggiungere le correnti ascensionali che rimescolano verticalmente ingenti masse d'acqua favorendo la vita delle comunità marine re-distribuendo i nutrienti (la materia azotata e i fosfati principalmente) ciclicamente.
Piccole variazioni di insolazione, per intensità e durata nel tempo, immissioni più o meno ingenti di acque dolci provenienti dai grandi fiumi, dalle masse ghiacciate polari o ancora dalle profondità possono apportare variazioni anche sensibili nel clima di regioni molto vaste, perché da questi fenomeni si originano, per evaporazione ed evotraspirazione, masse d'aria con un quantitativo di umidità diverso dalla norma. Esempi sono fenomeni come la famosa bolla di calore che stagnò sul Mediterraneo nell'estate del 2003, o il temuto Nino della costa occidentale dell'America latina. I dati sperimentali rivelano che questo fenomeno è in atto: la CdG sta migrando verso nord, riscaldando l'Artide, anche se a ritmi inferiori al passato (Peter Wadhams da Repubblica) mentre le correnti Equatoriale ed Antiequatoriale si stanno espandendo sempre più verso le alte latitudini. Nel passato si sarebbe verificato invece un altro fenomeno: l'esaurirsi della già citata CdG (per cause tutt'ora da accertare) avrebbe determinato un rapido raffreddamento dell'Europa e della calotta artica, producendo le differenti epoche glaciali del Pleistocene. Il fenomeno, in atto da centinaia di migliaia di anni, ha prodotto alternanze di periodi freddi (le glaciazioni) con altri anche più caldi dell'attuale (interglaciali): l'epoca che stiamo vivendo è un periodo caldo, interglaciale, e non è escluso che il clima possa modificarsi con una sempre più accentuata tropicalizzazione.
Cause chimiche e biologiche
Aggiungiamo un altro tassello alla complessità del sistema Terra. Il gas serra per antonomasia, l'anidride carbonica, segue un ciclo che dall'atmosfera lo porta nelle profondità della terra e di nuovo nell'aria, coinvolgendo profondamente anche il ciclo vitale delle piante attraverso la fotosintesi. Importantissimo è il bilancio di scambio tra l'atmosfera e le masse oceaniche, che catturano il gas e lo fissano sotto forma di carbonati di calcio: chimicamente sulle piattaforme continentali (i margini sommersi dei continenti), biologicamente nelle impalcature dei coralli o nei gusci degli invertebrati marini. In condizioni naturali questo ciclo ben equilibrato può subire variazioni: un incremento per emissione da parte del sistema vulcanico o di incendi boschivi ripetuti, un decremento per un improvviso boom vitale di organismi microscopici (come i foraminiferi) e altri invertebrati che sintetizzano un esoscheletro calcareo a protezione delle parti molli. La successiva morte di questi organismi provoca una pioggia, o fall-out, di gusci verso le profondità oceaniche, con sottrazione del carbonio per un certo periodo di tempo, misurabile in milioni di anni, all'interno delle rocce.
Cause antropiche
Qui entriamo nel campo più delicato. Il dibattito è molto acceso e ci sono sostanzialmente due fazioni: quella che imputa tutti i guai all'uomo stesso, altri, come il controverso Lomborg col suo saggio "L'ambientalista scettico", che invece vedono esclusivamente cause naturali nei fenomeni che si registrano ai nostri giorni. Come al solito la verità sta nel mezzo. Il riscaldamento globale è un fatto, così come è un fatto che potremmo diminuire le nostre emissioni di gas, semplicemente per migliorare la nostra qualità di vita, sfruttando le tecnologie attuali. A scala locale, l'aumento di cementificazione e i riscaldamenti delle abitazioni sempre più efficienti producono due effetti principali: un differente drenaggio delle acque (con un effetto sul ciclo dell'acqua) e colonne d'aria calda che si sollevano dalle grandi città. Come conseguenza si registrano effettivi cambiamenti climatici, come l'assenza di nevicate consistenti al nord, controbilanciato dalle intense precipitazioni nevose al sud.
In Italia si registrano poi altri importanti cambiamenti: pur non essendo cambiata di molto la quantità media annua di precipitazioni (intorno agli 800 mm/anno), si è registrato un decremento sensibile (-17%) nel numero di giorni piovosi, e un conseguente aumento nell'intensità delle piogge (Il clima in Italia negli ultimi decenni, Domenico Vento). Questa tendenza è confermata dai dati sperimentali e dalle elaborazioni si evince che nei prossimi anni il fenomeno potrà in parte accentuarsi, con periodi di siccità alternati a brevi ed impetuose precipitazioni. Inoltre è diminuito il tempo di corrivazione, ovvero l'intervallo che intercorre tra il momento in cui la goccia colpisce il suolo e la sua raccolta nel bacino imbrifero corrispondente: ciò in conseguenza di una scriteriata gestione del territorio. Meno aree boscate implicano un maggior impatto meccanico dell'acqua sul suolo, e un conseguente aumento nella probabilità di smottamenti.
La questione è di non lasciarsi coinvolgere dall'eccessiva enfasi utilizzata da alcuni mezzi di comunicazione di massa, che tendono a sottolineare gli effetti dannosi verso i nostri manufatti "incolpando" proprio il clima. Il danno è spesso conseguenza diretta di attività incaute, di sistemi di protezione inadeguati, di costruzioni edificate là dove non dovrebbero, anche contro il parere di esperti. Ma anche pratiche vetuste di molte comunità del terzo mondo producono cambiamenti notevoli a scala locale, con ripercussioni su quella globale.
In Madagascar i contadini piantano da anni una varietà di riso che non richiede l'impianto delle risaie, ma che esaurisce nel contempo i nutrienti del terreno. Ogni 2 anni i campi sono sterili e bisogna crearne di nuovi con gli incendi di "brusse": ne consegue un progressivo inaridimento, la laterizzazione del terreno (argille rosse ricchissime in ferro) e l'erosione brutale ad opera dei grandi fiumi, che immettono nel canale di Mozambico ingenti quantità di fanghi ferrosi, con gravi conseguenze per le comunità litoranee. Oltre a quanto indicato, ciò che è da imputare all'uomo non è tanto l'aumento dei quantitativi dei gas serra o di materiali inquinanti, quanto la rottura di un delicato equilibrio nei più importanti cicli della materia del pianeta, primi fra tutti le catene alimentari e quelli del carbonio e dell'azoto. La costante immissione di CO, CO2, CH4, ossidi di azoto, zolfo e fosforo ha alterato la risposta naturale del pianeta nel riciclare questi materiali, con conseguenze documentabili, ma solo in parte.
Il dibattito
Gli effetti di certe pratiche industriali si sono fatti sentire a decine di anni di distanza nel tempo e noi non siamo in grado fino in fondo di anticipare gli effetti dei prossimi 20-30 anni. Mancano ancora dati e soprattutto una profonda e intellettualmente onesta lettura degli stessi. Cosa aspettarsi? Certamente un incremento dei fenomeni a scala locale, con modificazioni anche profonde di alcuni territori (non necessariamente nocive) e una risposta ritardata degli effetti innescati da cause vecchie di decenni. Sicuramente anche nuovi fenomeni, mai registrati prima, come l'incremento nel numero e nell'intensità dei cicloni atlantici, precipitazioni nevose eccezionali o del tutto assenti là dove ce le aspettiamo. O, ancora, la variazione delle stagioni, come il tiepido autunno che si sta protraendo molto più degli anni scorsi. E gli eventuali danni ai manufatti, la cosa che ci preme di più, dovrà essere imputata a moltissimi fattori: naturali ed estremamente complessi ed articolati, da un lato; antropici, dall'altro.
Purtroppo l'uomo pensava di avere in pugno la natura, ma ancora non ne domina i complessi meccanismi: il pianeta è, come già detto, una macchina estremamente complessa e dinamica, ma dagli equilibri delicati che facilmente possono essere perturbati. La cosa migliore da fare, anche se utopistica ed inattuabile allo stato attuale delle cose, sarebbe perseguire gli scopi descritti in documenti come l'Agenda 21 o il Protocollo di Kioto, cambiando la nostra ottica di guadagno: dal semplice profitto al concreto miglioramento della nostra qualità di vita. Esempi ce ne sono numerosi: le Cinqueterre, con la riserva marina protetta e o sviluppo di soluzioni di trasporto d'avanguardia (posti auto corrispondenti ai posti letto, bus ecologici, battelli, treni tutti multicorsa a prezzi davvero competitivi); il concetto del biglietto treno + auto a noleggio, applicato dalle Ferrovie svizzere; con un pizzico di nostalgia e di poesia, il ritorno alle attività agricole "tradizionali" e "biologiche" che richiedono un maggiore sacrificio della persona, ma che sono in maggiore equilibrio con gli ecosistemi; la diradazione delle aree edificate; la regimazione con opere di ingegneria naturalistica delle acque; utilizzare tecnologia d'avanguardia per la produzione di carburanti ecologici, o lo sfruttamento, là dove è possibile, di energie pulite (come avviene nel area toscana del Larderello: energia geotermica sfruttata sia per la produzione di elettricità che del teleriscaldamento).
Mi permetto di tranquillizzare il nostro interlocutore: non deve temere catastrofi globali a breve o brevissimo termine, come la perdita di isole per innalzamento del livello degli oceani perché climatologi, meteorologi e l'intera comunità scientifica non hanno ancora un modello certo di previsione dei fenomeni futuri. E soprattutto non deve dare troppo peso all'allarmismo eccessivo ed urlato che permea tutti i servizi dei media, specialmente quando si infervorano per questo o quel danno imputando colpe a destra e manca. Come se la perdita del rifugio Sapienza, sull'Etna, fosse colpa del vulcano e non della miopia dell'uomo che ha costruito là dove non doveva.