Scienza e progresso

Vorrei porvi il seguente quesito: la scienza e la tecnica sono una necessità o una scelta? Nonostante i progressi scientifici e tecnici di questi ultimi anni il mondo sta correndo alla velocità della luce verso la follia: le città somigliano sempre di più a quelle descritte in film come Blade Runner, abbiamo internet e disoccupazione.. poi per parlare di cose più semplici, provate a prenotare una TAC in una città come Milano: dovrete aspettare mesi e mesi mentre da un privato l’avrete subito. È evidente che l’unico vero Dio è il danaro, e poi vi chiedete il perché la gente si rivolge alle pseudoscienze? La scienza in televisione ci continua a illudere, andremo su Marte, avremo robot a intelligenza artificiale, sì.. ma io vedo muratori con il martello pneumatico e che guidano camion di dieci o più anni fa sfruttati e mal pagati e malattie banali che non trovano soluzioni in medicina vedi il rafreddore sperando di avere solo quello, e poi non facciamo atto di fede verso la scienza? Chi di noi è andato direttamente sulla Luna o chi a mai "visto" atomi o il mondo subatomico? Ovviamente non metto in dubbio questi e altri fatti ma non posso verificare di persona tutto lo scibile umano, in particolar modo quello scientifico-tecnico. E, in ultima analisi, cosa m’importa delle scoperte della fisica quantistica se poi perdo lavoro a circa quarant’anni e sono considerato un prodotto di scarto? Ma l’uomo è pronto per questa tecnologia? Secondo me no: quando aveva le clave poteva essere crudele e selvaggio ma il danno che provocava a se stesso e all’ecosistema era infinitesimale; adesso tra computer, armi nucleari, nanotecnologie etc. poiché moralmente è rimasto ancora un cavernicolo provoca la sua estinzione e quella delle specie non dominanti.

Fiorindo Pelliccioli
18 giugno 2005
Nella sua intelligente articolazione, la domanda si risponde quasi da sola: evitando di semplificare problemi che semplici non sono, bensì molto complessi, essa mette in luce le profonde contraddizioni e le ambiguità che si annidano nella rappresentazione del mondo offerta dalla scienza, dai divulgatori e dai media.

Poiché "la mappa non è il territorio", del mondo si possono dare molte rappresentazioni, ciascuna delle quali è parziale e risente degli interessi e dell'ideologia della persona o del gruppo che la propone. Una delle rappresentazioni più frequentate oggi è quella che vede nella tecnoscienza il toccasana per tutti i mali del mondo; già C.P. Snow, una quarantina d'anni fa, nel suo libro Le due culture (ripubblicato di recente da marsilio), esprimeva la convinzione che iniettando una buona dose di cultura tecnoscierntifica nell'ansimante cultura umanistica dell'Occidente si sarebbero migliorate le condizioni di vita dell'umanità intera.

Come nota il lettore, nonostante lo sforzo nella direzione indicata da Snow questo miglioramento uniforme non c'è stato, anzi le disuguaglianze si sono accentuate: anche oggi domina lo slogan secondo il quale solo la ricerca scientifica può contribuire a risollevare l'economia (e quindi, con un passaggio nient'affatto scontato, il benessere) delle nazioni e del mondo nel suo complesso (non occorre sottolineare che questo slogan trae buona parte della sua forza dall'esistenza di una categoria numerosa e piuttosto influente di ricercatori, categoria che ha tra i suoi fini quello primario di mantenersi e rafforzarsi).

Inoltre Snow aveva una visione ancora molto romantica della scienza, visione che già ai suoi tempi era superata e che oggi non ha più senso, nonostante la strenua difesa di alcuni scienziati teorici quasi tutti in là con gli anni; in questa visione la scienza è separata dalla tecnica, cioè dall'attività applicativa, da un confine nettissimo e, inoltre, la scienza (cioè la conoscenza tout court, con un altro salto difficile da giustificare) è sempre buona, mentre i disastri, semmai, li compie la tecnologia; oggi in realtà la distinzione tra ricerca pura e applicazioni non ha molto senso, come si può capire dal flusso dei finanziamenti, che alimenta ormai quasi solo le ricerche che promettono risultati applicativi a breve termine.

Insomma è da tempo che la ricerca è uscita dalle torri d'avorio da una parte per contaminarsi con l'economia e dall'altra per fare i conti con la società, sulla quale tutta, nel bene e nel male, ricadono le conseguenza dell'attività tecnoscientifica: da un lato la ricerca deve sottostare ai condizionamenti dei finanziatori e dall'altra ai vincoli etici e sociali imposti dalla comunità nel suo complesso; dal primo vincolo le è difficile o impossibile sottrarsi, quindi essa tenta di recuperare un minimo di autonomia liberandosi dal secondo vincolo e invocando la "libertà diricerca" che è comunque una libertà vigilata dai finanziatori; per sottrarsi ai vincoli etici e sociali, la scienza deve presentarsi con un volto benefico, perciò si atteggia non solo a depositaria unica della verità (cosa che in fondo importa a pochi), ma anche a chiave unica del progresso, facendo promesse altisonanti: così facendo esercita una profonda influenza sulla società e, tramite la società, riesce anche a condizionare in parte il flusso dei finanziamenti.

Questa immagine di bontà tuttavia presenta parecchie crepe di cui le persone più accorte, come il nostro lettore, si accorgono: le crepe derivano in sostanza dalla discrepanza insanabile tra il modello semplificato e progressista che del mondo e della storia fornisce la visione tecnoscientifica (improntata a un forte riduzionismo e determinismo) e l'irriducibile complessità del mondo e dei suoi riottosi abitanti, che poi sono gli umani: come funzionerebbe bene il mondo se non ci fossero le nostre fastidiose devianze dal modello!

La delusione che provoca il contrasto tra la visione irenica degli effetti della tecnoscienza e la contemplazione del nostro mondo così imperfetto (contrasto esemplificato dal lettore) fomenta un senso di disagio, cui gli scienziati spesso rispondono con arroganza, come se la colpa del contrasto fosse di chi lo percepisce; la delusione e l'arroganza provocano le famose "fughe nell'irrazionale" tanto deprecate, che spesso non esprimono altro che il desiderio, confuso ma potente, di approfondire le questioni e di esaminare anche i limiti dell'impostazione scientifica quando essa si confronti con la realtà quotidiana.

Un'altra notazione (in realtà il discorso sarebbe lunghissimo): il disagio espresso dal lettore di fronte all'impossibilità di verificare di persona certe conquiste della scienza è una conseguenza importante della "delega" (operativa, di fiducia, di responsabilità...) che ci viene chiesto di compiere a favore degli specialisti quando la complessità (sempre la complessità!) dei metodi e dei risultati superi certe soglie; è lo stesso tipo di delega che compiamo a favore dei medici, degli avvocati, dei commercianti, dei meccanici... e, come accade anche in questi casi più usuali, talora la delega riserva sorprese sgradevoli; c'è dunque un contrasto tra l'esigenza comprensibile ma inattuabile di controllare tutto e tutto vedere coi propri occhi e la necessità di impiegare in modo soddisfacente il tempo limitato che abbiamo a disposizione: poiché non possiamo espandere il tempo (che l'unica risorsa veramente limitata!), dobbiamo decidere se vivere la nostra vita quotidiana (che comprende anche la nostra specializzazione, banale o spinta che sia) oppure se controllare ciò che fanno gli altri (ma quanti ne possiamo controllare? La necessità pratica della delega è uno dei punti a favore del concetto di intelligenza collettiva).

La delega ha per conseguenza anche l'ambiguità lamentata dal nostro lettore quanto al soggetto di conoscenza e azione, ambiguità che deriva da un uso improprio dei pronomi: quando si dice "sappiamo molte cose" o "sappiamo fare questo e quello" il soggetto "noi" non viene mai specificato: in realtà si tratta di un soggetto collettivo molto vago; se si tenta di specificare con onestà e di declinare con precisione questo soggetto, si scoprono molte contraddizioni, che rispecchiano le disuguaglianze con cui i benefici della scienza e della tecnica ricadono sui singoli, sulle varie popolazioni e sui diversi strati di popolazione dello stesso paese: se è vero che l'umanità nel suo complesso (soggetto quanto mai astratto) sa e sa fare certe cose, di fatto queste competenze sono riservate a pochi: la speranza inespressa e sottostante l'uso di questo pronome "noi" così ambiguo è che prima o poi l'umanità tutta possa seguire la pattuglia più avanzata (magari lasciandosi indietro e abbandonando la "retroguardia"), ammesso che questa pattuglia viaggi nella direzione "giusta", che è tutta da definire.

Dopo la grande utopia di Snow (e di molti altri, beninteso) oggi è il rapporto "Millennium Project" dell'Onu che presenta il nuovo libro dei sogni, elaborando scenari di un futuro in cui, grazie alla tecnologia, si raggiungerà un benessere crescente per un numero via via maggiore di persone: la sinergia tra "nanotecnologie, biotecnologie, tecnologie dell'informazione e scienze cognitive" migliorerà le condizioni di vita, redimendo i popoli diseredati. Tutti gli esseri umani saranno collegati in rete e si scambieranno informazioni e festosi messaggi. Lo sviluppo dell'intelligenza collettiva permetterà di accrescere il benessere individuale e sociale e di "creare valori ed efficienza a costi bassissimi" (sic). Ci sarà più cibo, più acqua e più energia per tutti. Ma le "nuove" tecnologie sono già anzianotte: come mai questo strabiliante miglioramento finora non si è visto? Come si concilia questa previsione con le vecchie e nuove povertà, con le malattie invitte o di ritorno, con la fame e la sete, con i bambini soldato, con le migrazioni dei disperati, con la violenza urbana, con lo strapotere delle multinazionali, con il terrorismo dilagante?

È presto detto: l'avverarsi di questi scenari idilliaci, ci ammoniscono gli esperti dell'Onu, è subordinato alla capacità dell'uomo (altro soggetto collettivo e quanto mai ambiguo) di "controllare" (cioè gestire) la tecnologia. Impresa non facile, e per almeno tre motivi. Intanto la tecnologia è spinta dall'economia, cioè dall'incontrollabile avidità degli umani. Poi ogni ritrovato tecnico esplica con grande vigore tutte le sue potenzialità d'uso, nel bene e nel male, e la storia lontana e recente dovrebbe avercelo insegnato. Inserendosi nell'enorme complessità del mondo reale uno strumento può dar luogo a esiti assolutamente inattesi, magari opposti alle previsioni: com'è possibile un controllo in queste condizioni d'incertezza?

Infine, e questo nel Millennium Project è in buona evidenza, la tecnoscienza si sviluppa a velocità impressionante e crescente, con conseguenze pericolose. Le nostre capacità di adattamento ai ritrovati della tecnica sono al limite: rischiamo di essere sopraffatti dal mondo artificiale che stiamo costruendo. Le sofferenze diffuse anche nei paesi ricchi sono il segno di questo squilibrio da eccesso. Per non parlare poi, come accenna il lettore in chiusura, dell'intrinseca natura violenta dell'uomo che si trova oggi a disposizioni armi ben più potenti delle clave e delle frecce che avevano i nostri antenati.

Giuseppe O. Longo Dipartimento di Elettrotecnica Elettronica Informatica (DEEI), Università di Trieste

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