Il verde dell'arcobaleno

Perché il verde, nell'arcobaleno, è così poco visibile rispetto agli altri colori?
Giuliana Spizzamiglio
13 aprile 2005
Per poter discutere questa domanda, è indispensabile avere sott'occhio le figure riportate. La prima è un dettaglio fotografico di arcobaleno dal quale non sembra di poter convalidare quanto afferma l'interrogante.

1.Arcobaleno

Il verde a me sembra ben visibile e anche alquanto esteso. Se si esamina la distribuzione dei colori dell'iride mostrata nella figura sottostante in cui compare la curva di sensibilità spettrale dell'occhio, si nota che la famiglia dei verdi copre una discreta regione di lunghezze d'onda, e precisamente oltre 500 Angström, un po' più dei blu, dei violetti e degli arancioni, molto più del giallo (circa 200 Angström).

Solo il rosso è più esteso, coprendo un migliaio di Angström. Se poi si guarda alla sensibilità del nostro occhio, si scopre che la percezione del violetto, del blu e del rosso appare debole, laddove il verde e il giallo cadono nella zona di massima visibilità. Si direbbe che la fotografia rispecchi abbastanza bene la distribuzione attesa. Una possibilità è che l'interrogante soffra di un difetto visivo, la deuteranomalia (caso di daltonismo più diffuso), che si riscontra in misura maggiore o minore quando i coni del verde sono meno sensibili di quanto dovrebbero. Una persona che ne sia del tutto priva nell'arcobaleno vede una striscia più o meno bianca al posto della zona verde. Ma è da presumere che di questo l'interrogante sarebbe stato/a conscio/a, quindi v'è da dubitare che questa sia la spiegazione. E allora? Non ne trovo altre salvo quella che si sia trattato di un'osservazione per qualche motivo insolita e anomala.

Avendo sott'occhio lo spettro dell'iride, mi piace commentare il fatto che le famiglie di colore sono obiettivamente sei, e non sette come si suole pensare. Rilevare una differenza percettiva tra indaco e violetto all'interno della famiglia dei violetti – quando si sa che entrambi sono rivelati da un uno stesso tipo di coni, il terzo - richiede francamente un po' di immaginazione. Quella che ebbe Newton allorché produsse la dispersione dello spettro solare con il prima e volle far corrispondere i colori osservati alle sette note diatoniche del pianoforte (a quel tempo al numero sette si attribuiva una speciale importanza: sette i giorni della settimana, sette i pianeti allora conosciuti, sette le meraviglie del mondo, e così via). Newton era il divino Newton, tanto di cappello, ma qualche volta anche lui piaceva fantasticare.

Andrea Frova Dipartimento di Fisica, Università di Roma "La Sapienza"

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