Utilizzando le ricerche di Hertz, Branly e Lodge e dell'italiano Righi, che avevano dimostrato l'esistenza delle onde elettromagnetiche descritte da Maxwell, Marconi sperimentò per la prima volta il telegrafo senza fili nel 1895 nella villa di campagna della sua famiglia, vicino a Bologna, mandando il segnale al di là della collina dei Celestini, di fronte al suo laboratorio. Sperimentare la trasmissione del segnale radio a distanza divenne l'ossessione di Marconi, che si trasferì in Inghilterra per brevettare la sua invenzione e nel 1901, alle ore 12.30 del 12 dicembre, realizzò lo storico esperimento di trasmissione del segnale oltre oceano. Naturalmente in questa primissima fase non si trattava di una comune trasmissione radio, come la conosciamo oggi, ma di un segnale morse, la lettera S trasmessa dalla stazione di Poldhu in Cornovaglia che Marconi ricevette nella stazione sperimentale di S. John di Terranova, sulla costa atlantica americana. Uomo di grande senso pratico e fiuto imprenditoriale, oltre che inventore eccezionale, Marconi riuscì a rendere immediatamente applicabile la propria invenzione, prima sulle flotte della marina militare britannica, e poi, con la collaborazione della compagnia di assicurazione Lloyd, sulle principali linee transatlantiche. Ben presto, lo stesso Marconi lanciò un servizio di trasmissione intercontinentale e terrestre di telegrammi. Intuendo il ruolo geopolitico strategico di questo servizio, i governi degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei diedero vita a grandi corporation nazionali per la gestione del traffico telegrafico-radiofonico, come la RCA americana (Radio Corporation of America) che già nel 1923 controllava un terzo del traffico transatlantico e la metà di quello transpacifico.
Nel corso degli anni Dieci del Novecento, e fino alla Prima guerra mondiale, però, la radiotelegrafia si affermò principalmente come un mezzo di comunicazione peer to peer, per utilizzare un termine corrente. Lo stesso Marconi vedeva nel carattere pubblico della trasmissione del segnale un difetto e non un pregio della propria invenzione. Numerose comunità di radioamatori, che costruivano apparecchi in grado di inviare e di ricevere segnali radio, affollavano l'etere, in un modo non troppo diverso dalle community che oggi si incontrano a chattare nella rete Internet. La Wireless Association of America, ad esempio, contava già più di 10 000 membri nel 1920, e un'indagine del New York Times contò più di 122 club di radioamatori nelle Università americane nel 1912. Le comunità virtuali comunicavano discutendo di fatti tecnici, principalmente legati all'innovazione tecnologica che stavano sperimentando, ma anche di questioni personali:
“Chiacchierano di tutto indistintamente; dai risultati di baseball o di calcio, agli appuntamenti per il giorno dopo, confrontano i compiti a casa”,
dichiarava un professionista infastidito. Proprio per il pericolo di interferenza e di disturbo alle comunicazioni commerciali e militari, le attività amatoriali vennero proibite negli Stati Uniti con l'entrata in guerra nel 1917, per riprendere nel periodo post bellico.
È del 1916, a opera di David Sarnoff, un impiegato dell'azienda americana di Marconi, l'idea di produrre una radio come oggetto domestico, che consiste principalmente di un ricevitore, che permette di ascoltare suoni, concerti, opere trasmesse da un unico trasmettitore. Le parole di Sarnoff descrivono bene la sua intenzione:
“Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte. Il ricevitore sarà progettato nella forma di una scatola radiofonica musicale adatta a ricevere diverse lunghezze d'onda che si potranno cambiare a piacimento spingendo un bottone. La scatola musicale avrà un amplificatore e un altoparlante telefonico incorporati al suo interno. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze, concerti.”
Una radio come mezzo di comunicazione di massa, dunque. Che però dovette attendere ancora qualche anno per affermarsi. È solo verso la fine del secondo decennio, una volta finita la Seconda guerra mondiale, che nacquero le prime società di radiodiffusione: sistemi pubblici in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, e network privati e commerciali negli Stati Uniti. Il primo servizio regolare trasmesso alla radio, di due ore al giorno per due settimane, fu mandato in onda dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia, dal 23 febbraio 1920. In Europa, la radio da subito fu controllata da una gestione pubblica, con scopi educativi e informativi, oltre che di intrattenimento. Nel 1922 nacque la British Broadcasting Company, una corporation sotto stretto controllo statale. Nel 1924, in Italia, fu fondata l'URI, l'unione radiofonica italiana, che nel 1928 si trasformò in EIAR, l'Ente italiano audizioni radiofoniche, concessionario e monopolista delle diffusioni fino al 1944, quando assunse la denominazione RAI, Radio audizioni Italia.
Diversa è la strada che la radiofonia prese negli Stati Uniti, dove la prima trasmissione regolare quotidiana andò in onda da Detroit, il 31 agosto 1920. Nel novembre 1922 in tutto il territorio nordamericano esistevano solo cinque stazioni radio. Nel giro di pochi mesi però presero vita 450 stazioni, grazie alla diffusione e alla passione degli americani per il jazz! Fin dall'inizio, grazie anche al Radio Act del 1912 che stabiliva che qualunque cittadino americano potesse ottenere una licenza, entrarono nel settore grandi corporation commerciali, come il gigante della telefonia At&T, la General Electric, la Westinghouse. Alla moltiplicazione di radio istituzionali, che trasmettevano dai campus universitari e dalle scuole, si affiancarono così numerosissime radio commerciali che da subito inaugurarono il modello di finanziamento dei programmi con la vendita di pubblicità. In tutto il periodo successivo, nel corso degli anni Trenta, la radio si diffuse esponenzialmente come mezzo di comunicazione, e divenne un oggetto posseduto da quasi tutte le famiglie. Le pubblicità che la promuovevano puntavano sul suo ruolo di orecchio sul mondo, che permetteva di raccogliere le voci e i suoni delle grandi città del pianeta e di portarli nel salotto di casa. Si sviluppò l'usanza di ascoltare la radio in gruppo, in famiglia o con i vicini.
Gli anni Trenta dimostrarono che la radio può svolgere un'importantissima funzione nel panorama politico. I regimi totalitari europei infatti ne fecero un uso molto intenso e sottile per controllare l'opinione pubblica e promuovere la propria propaganda politica. In Italia, nell'epoca fascista, la radio svolse un ruolo strategico nella costruzione del mito dell'impero e della figura di Mussolini, abile comunicatore che entrava in tutte le case con i suoi discorsi. Un uso simile, anche se con contenuti e taglio naturalmente opposti, venne fatto anche dai regimi democratici di Inghilterra e Stati Uniti. La BBC diventò, nel corso della Seconda guerra mondiale, una voce simbolo del mondo libero che numerosi italiani e tedeschi ascoltavano in clandestinità per capire cosa stesse accadendo al di fuori dei propri confini. La radio svolgeva così una doppia funzione: quella di propagandare il messaggio del regime e quella di portare voci e informazioni dall'esterno. Serviva a lanciare messaggi in codice agli eserciti e ai partigiani, a intrattenere i soldati al fronte, ad avvisare le popolazioni dei fatti appena avvenuti. La funzione propagandistica non cessò con la fine dei regimi totalitari ma anzi fu acuita dalla guerra fredda che vide il blocco sovietico contrapporsi a quello occidentale. Nonostante i sofisticati sistemi di interferenze delle onde nell'etere, infatti, i diversi paesi non riuscirono a bloccare completamente l'arrivo di programmi dall'esterno. Nel secondo dopoguerra, con l'avvento della televisione la radio passò in secondo piano come mezzo di comunicazione di massa, e per non sparire ridisegnò il proprio ruolo.
Questo avvenne soprattutto grazie a una innovazione tecnologica, la nascita del transistor nel 1948, che permise la realizzazione di radioline più piccole e portatili. Il cambiamento tecnologico incontrò però anche una nuova esigenza sociale. Nascevano infatti in quegli anni nuove tendenze culturali, era l'epoca del rock, e le giovani generazioni incontravano nella radio uno strumento di identificazione e di emancipazione dal contesto familiare e tradizionale. A fine anni Cinquanta esplose il fenomeno delle radio pirata (Radio Merkur, Radio Caroline, Radio Nord), che trasmettevano da stazioni poste in acque internazionali e che proponevano una programmazione musicale innovativa, rispondente ai gusti e alle aspettative delle giovani generazioni. Le radio pirata misero a rischio la popolarità delle grandi radio pubbliche, soprattutto per l'immediato successo ottenuto tra le band più popolari del momento, come i Beatles e i Beach boys che volevano essere presenti nei loro programmi. Le prime trasmissioni pirata arrivavano dalle coste dei mari del nord, in Danimarca, Svezia, Germania e Inghilterra. Nella seconda metà degli anni Sessanta, le radio pirata vennero vietate in diversi paesi, ma la loro provocazione era passata: la BBC decise di aprire un canale radiofonico interamente dedicato alla musica rock e pop, pensato per i giovani.
Nel decennio degli anni Sessanta, la radio accompagnò i movimenti di contestazione giovanile. Grazie alla sua leggerezza, accoppiata al telefono, e all'evoluzione tecnologica che l'aveva resa più accessibile ed economica anche nella fase di emissione, diventò lo strumento privilegiato per diffondere le idee dei movimenti, la loro propaganda politica e le contestazioni, dalla primavera di Praga alle manifestazioni studentesche in tutta Europa fino alle proteste in America contro la guerra del Vietnam. Pochi anni dopo, nel pieno degli anni Settanta, soprattutto in Italia dove la contestazione studentesca si era saldata a quella delle classi lavoratrici, esplose il fenomeno delle radio libere, che si proponevano come voce, luogo di incontro e di elaborazione delle strategie di lotta, di riflessione culturale e di contestazione dei numerosi gruppi che convivevano nella società italiana di quel periodo. Le radio libere erano radio povere, spesso avevano sede in appartamenti privati o in stabili occupati, e raggiungevano soprattutto la popolazione locale. Tra le radio libere, rimane storica l'esperienza di Radio Alice di Bologna, chiusa con la forza dalla polizia il 12 marzo 1977, dopo i giorni delle manifestazioni di piazza.
Oggi, nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti, convivono tipicamente tre tipologie di radio: le radio pubbliche, le radio commerciali e le radio comunitarie, più legate al territorio, spesso gestite da volontari e inserite in progetti a natura sociale e culturale. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni è quello delle radio web, emittenti che utilizzano la rete Internet per la produzione e l'emissione delle proprie trasmissioni, sottraendosi a tutte le problematiche di gestione burocratica e ai costi rappresentati dall'uso dell'etere. Le radio web hanno anche permesso, nel corso delle guerre dei nostri giorni, di ascoltare la voce e le testimonianze delle popolazioni coinvolte. Un esempio di questo è la radio di Belgrado, B92, che dopo essere stata chiusa dal regime di Milosevic durante la guerra del Kosovo e il successivo attacco americano alla Serbia, ha ripreso a trasmettere via web per raccontare le vicende della gente di Belgrado.
Nei paesi del Sud del mondo, invece, la radio tradizionale rimane il principale mezzo di comunicazione, e svolge tuttora un ruolo importante di informazione ma anche di educazione, come dimostrano numerosissime esperienze di radio africane, asiatiche e sudamericane. La radio ha giocato, in molti casi di guerra civile e di ribellione nei confronti di regimi e di governi autoritari, un ruolo nel mantenere in contatto le popolazioni che si riconoscevano in quegli ideali e che potevano così partecipare alle azioni e alle dimostrazioni proposte. Un esempio per tutti, quello di Radio Rebelde del Chiapas, che da anni racconta le esperienze, le parole e le proposte delle popolazioni indigene zapatiste del Sud del Messico da un luogo non meglio precisato della Selva Lacandona.
Per saperne di più:
Peppino Ortoleva e Barbara Scaramucci (a cura di), Radio, Le Garzantine, Garzanti, Milano 2003 Franco Monteleone, Storia della Radio e della Televisione in Italia, Marsilio, Venezia 1992 Enrico Menduni (a cura di), La radio, Baskerville, Bologna 2002