La desertificazione del Sahara

Quando e perché è iniziata la desertificazione del Sahara? Come si è evoluta fino ai giorni nostri? È previsto che in un futuro (remoto), possa ritornare "verde"?
Flavio Visentin
10 novembre 2004
Grazie allo scambio di calore ed energia assicurato dalla circolazione atmosferica e dalle correnti oceaniche, medie e basse latitudini hanno reagito contemporaneamente, se pur in modo diverso ai mutamenti climatici dell'era quaternaria. Allo stabilirsi delle glaciazioni nelle prime corrisponde nelle seconde l'espandersi dei deserti.

Le recenti acquisizioni della paleoclimatologia attestano che i periodi glaciali cominciano a manifestarsi circa un milione di anni fa e si alternano per almeno dieci volte a brevi periodi interglaciali. Possiamo quindi immaginare che anche nel Sahara si siano alternati altrettanti periodi di estrema aridità ad altri caratterizzati da maggiore disponibilità d'acqua.

Quasi nulla conosciamo delle fasi umide più antiche, poiché le condizioni ambientali che si stabiliscono quando il deserto è nel pieno del suo sviluppo sono severe e tendono a cancellare inesorabilmente le tracce geologiche delle fasi umide. Conosciamo però certi indizi di immensi laghi ad esempio nel Fezzan, le cui rive furono frequentate da cacciatori paleolitici, fin dalla più alta antichità e che potrebbero aver ospitato una tappa del percorso dell'Homo erectus nel suo cammino verso l'Europa.

Assai meglio noto è il ciclo climatico che inizia circa undicimila anni fa, quando i monsoni estivi dal golfo di Guinea penetrano profondamente nel continente africano portando abbondanti piogge a tutta l'area sahariana. Il deserto scompare, tramutandosi in una savana ricca di laghi, popolata da animali e dagli ultimi cacciatori paleolitici venuti a seguito delle piogge. Le condizioni di umidità sono però effimere e lentamente declinano, accompagnate da brevi e violente crisi aride che drammaticamente si ripercuotono sui gruppi di pastori nel frattempo capillarmente insediati nell'area.

Cinquemila anni fa, le piogge monsoniche si ritirano dalle latitudini tropicali che restano preda dell'inclemenza del clima e si desertificano rapidamente. Tuttavia si enucleano aree particolari – le oasi – alimentate dalle immense riserve idriche accumulate nel sottosuolo durante il precedente periodo umido e non esaurite all'arrivo dell'aridità. Sono queste le uniche aree in cui la vita è possibile e i gruppi di pastori che vi si concentrano, piegandosi alle nuove condizioni climatiche, iniziano una stagione di notevole sviluppo culturale che darà luogo, ad esempio, alla civiltà garamantica. Una ennesima e brusca crisi nel quarto secolo d.C., provoca una ulteriore contrazione delle oasi e stabilisce il definitivo affermarsi del deserto così come lo vediamo oggi.

Per ciò che concerne l'ultima parte della domanda è da dire che le recenti ricerche paleoclimatiche indicano che l'interglaciale in cui viviamo ha già passato il suo apogeo e stiamo lentamente scivolando verso un nuovo periodo glaciale. È possibile che i gas serra, immessi nell'atmosfera dall'uso sempre più intenso dei combustibili fossili – principale causa del rialzo termico oggi in atto - possano ritardare il ritmo del cambiamento climatico che tuttavia, ripetendosi con regolarità da molte centinaia di migliaia di anni, alla fine riprenderà la sua strada. Dobbiamo perciò aspettarci che le condizioni aride in Sahara si esaspereranno nel futuro. Inoltre la crescente pressione demografica sostenuta dallo sfruttamento di risorse non rinnovabili, acqua soprattutto, non consente certo un maggiore ottimismo sul destino ambientale a breve e medio termine di quelle regioni. Prima o dopo si varcheranno delle soglie critiche che renderanno sempre meno produttive le attuali oasi ed inabitabili ampie aree oggi insediate.

Certamente il Sahara tornerà verde, perchè è lecito aspettarsi che le piogge monsoniche torneranno a nord, ma per quanto è possibile sapere oggi, questo avverrà in un futuro molto remoto. Questa consapevolezza dovrebbe suggerire una gestione più oculata delle risorse che ancora esistono in luogo e un maggiore rispetto per quelle forme culturali di sussistenza che con il clima arido convivono con successo da alcuni millenni.

Mauro Cremaschi Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Milano

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