Il contesto storico è, dunque, quello del cuore della crisi tedesca e, più in generale, europea. La prima Guerra Mondiale ha dimostrato tutta la forza devastatrice della guerra moderna: i morti, nella sola Europa, si contano a milioni: 26 per la precisione, di cui il 50% civili. Ma la guerra, per quanto devastante, ha lasciato del tutto irrisolti i problemi tra i paesi del continente.
L'idea che presto ci sarà una nuova guerra totale è ricorrente tra gli intellettuali europei. Anche perché ci sono movimenti in Europa, come i nazisti in Germania, con un carattere di forte aggressività che evocano esplicitamente il conflitto.
In questo sfondo matura il pacifismo militante di Albert Einstein, dal 1919 lo scienziato più noto del pianeta. Einstein avversa i nazionalismo in ogni sua forma, in primo luogo quello militarista. Si sente cittadino del pianeta, membro della "razza umana". E come cittadino del pianeta e membro della razza umana sviluppa i suoi ragionamenti intorno alla necessità della pace.
Il pacifismo militante e la sensibilità internazionalista di Einstein sono noti. È per questo che la Società delle Nazioni – che è un'organizzazione per molti versi simile alle attuali Nazioni Unite – gli affida missioni culturali, come quella di discutere in pubblico con altri intellettuali su temi a sua scelta. Ed è per questa ragione che Sigmund Freud, nel corso del loro scambio epistolare, lo definisce "amico dell'umanità".
Dopo l'invito della Società della nazioni, Einstein sceglie, dunque, di discutere pubblicamente sull'origine della guerra, giudicata un male assoluto eppure imminente. E sceglie come interlocutore Sigmund Freud, scienziato, celeberrimo studioso dell'animo umano, pacifista convinto. Ed ebreo, come Einstein. Gli Ebrei, in Germania, sono già fatti oggetto dell'attenzione violenta dei nazisti.
Le posizioni condivise tra Einstein e Freud sono almeno tre.
La prima è che le guerre traggono origine da una naturale pulsione alla violenza dell'uomo. Una pulsione distruttiva e universale che, sostiene Freud, è fondante della natura umana accanto alla pulsione erotica, la quale invece induce all'unione e all'amore. Entrambi sono convinti che questa pulsione alla violenza possa essere mitigata e governata, ma non del tutto sconfitta, dall'esercizio della ragione.
La seconda posizione condivisa è che violenza e diritto non sono agli antipodi. Anzi, il diritto è l'evoluzione della violenza. Il diritto, sostiene Freud, è la "potenza di una comunità". Esso ha la capacità di mitigare, non senza contraddizioni, la violenza individuale. Ma non ha la capacità di bandirla per sempre dalla società.
La terza è una posizione politica. Entrambi sono convinti che la guerra, intesa come conflitto armato tra gli stati, possa essere eliminata solo nel quadro del diritto internazionale. Ed entrambi prefigurano una sorta di governo mondiale cui i singoli stati cedono una parte sostanziale della loro sovranità. Nessuno dei due si fa soverchie illusioni. La strada verso la pace come condizioni strutturale della condizione umana è ancora lunga.
Passano poche settimane da questo scambio epistolare (conclusosi nel mese di settembre del 1932) e il presidente della repubblica tedesca, il feldmaresciallo Paul von Hindeburg, conferisce ad Adolf Hitler l'incarico di formare il nuovo governo. Sei anni dopo inizia la guerra più devastante che l'umanità abbia mai conosciuto.