Uno fra tutti è John Joung, ancora attivo al quartiere degli astronauti al tempo della mia missione spaziale, che rivedo nel ricordo quando, in occasione del nostro viaggio dal Johnson Space Center di Houston al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, nei magici giorni antecedenti al nostro lancio Atlantis STS46, ci accompagnò pilotando personalmente uno dei nostri jet T38. Era il luglio 1992.
John Young è uomo di molti fatti e poche parole; i suoi commenti precisi come stoccate, la sua competenza conquistata sul terreno dell'esperienza non consente nemmeno l'ombra di un dubbio. "People say we walked on the Moon! That's not true, we worked on the Moon" precisava John Young sulla missione Apollo 16 senza concedere neppure un sorriso. In effetti John Young è stato sulla Luna, ha guidato la rover lunare per svariati chilometri, ha installato esperimenti al suolo e raccolto, con il suo compagno Charlie Duke, quasi cento chili di rocce lunari.
Al di là di questa testimionianza personale ci sono dei riscontri oggettivi evidenti. Una missione spaziale, ora come allora, non è un evento che si svolge nel chiuso di un laboratorio; un razzo che decolla, una navicella che trasmette comportano attività fisiche che non possono essere né simulate né nascoste ai tanti sistemi di ascolto elettronico, civili e militari, per non parlare dell'attività dei media in un paese libero e democratico come gli USA. Il lancio, le comunicazioni, le testimonianze degli astronauti, le operazione del rientro, tutto si è svolto davanti agli occhi televisivi del mondo.
Qualcuno ha creduto di vedere nelle foto sul suolo lunare alcune ombre proiettate in modo incoerente; ammesso che tali anomalie fotografiche ci siano davvero, la mia breve esperienza di fotografia nello spazio mi richiama ai contrasti fortissimi di luce e ombra fuori dell'atmosfera terrestre e mi fa pensare a immagini riflesse negli obiettivi delle telecamere o degli apparecchi fotografici.
Insomma, sulla Luna ci siamo stati davvero e non è un atto di fede; semmai si può dire che la vicenda lunare americana degli anni Sessanta è stata un'impresa ingegneristica ardita e fortunata, sostenuta da una volontà politica continua e visionaria. È stata anche un'impresa straordinaria perchè costruita su tecnologie ancora inesistenti, sviluppate in corso d'opera. È questo, io credo, l'aspetto mirabile che a qualcuno la fa sembrare incredibile.