Una buona idea è quella di inventare delle filastrocche e, anzi, c'è chi ne fece uso in tempi molto lontani per gettare le basi della notazione moderna e diffonderne l'uso. È il caso di Guido d'Arezzo, un monaco benedettino che nella prima metà del XI secolo fu attivo come maestro di musica presso la cattedrale di Arezzo. Questi inventò un sistema di scrittura musicale, al tempo rivoluzionaria, basata su di un tetragramma (4 righi anzichè i 5 del nostro moderno pentagramma). Tale notazione avrebbe sostituito l'antica notazione gregoriana e costituì il primo esempio di notazione bidimensionale della musica: il tempo veniva infatti riportato da sinistra a destra e le frequenza, cioè le altezze delle note, dal basso verso l'alto (in altre parole il tetragramma di Guido d'Arezzo era una sorta di piano cartesiano in nuce, in cui si rappresentavano delle frequenze in funzione del tempo).
Anche per lui si pose il problema di come far riconoscere ai suoi compagni cantori questi nuovi simboli disposti sulle linee del tetragramma. Guido d'Arezzo escogitò allora uno stratagemma mnemonico: diede un nome a ciascuna delle note, scegliendo come nome la prima sillaba di ciascun verso di un inno latino a San Giovanni Battista, che era estremamente noto al tempo. Gli incipit dei versi dell'inno da cui nacquero i nomi di cinque delle nostre moderne note sono questi:
REsonare fibris,...
MIra gestorum,...
FAmili tuorum,...
SOLve polluti,...
LAbii reatum,...
Sancte Iohannes...
Il do arriverà solo qualche secolo dopo a rimpiazzare l'ut, il si ha invece una storia a parte, che sarebbe troppo lungo raccontare. Fatto questo inciso storico, posso fondamentalmente aggiungere che, per esperienza, la via fondamentale da perseguire è una pratica continua e, direi anche, fiduciosa. La lettura dello spartito non è comunque cosa facile. Vi sono persone particolarmente dotate in grado di leggere al pianoforte con una notevole o addirittura sorprendente facilità perfino partiture per grande orchestra. Più spesso però il cammino verso una buona lettura (soprattutto se a prima vista) è indubbiamente faticoso. Ciononostante è fondamentale non perdere mai uno slancio positivo verso la musica quando ci si mette alla tastiera.
Ci sono forse alcuni suggerimenti che si possono dare. Almeno in un primo tempo, può essere d'aiuto leggere brani di musica che si conoscono già bene a orecchio, in modo da creare più facilmente un legame tra le singole note e le figure musicali (gruppi ritmici, incisi melodici, gesti musicali noti) che sono già familiari e i segni scritti sulla carta. Cantare aiuta molto. Serve a memorizzare più o meno consciamente una corrispondenza tra suono emesso con la voce e posizione del tasto e delle dita. Ma anche cantare in un coro, dove si leggano le parti, può aiutare a sviluppare la lettura degli spartiti per pianoforte. Insomma bisogna cercare di creare un legame il più forte possible tra la musica che si ascolta con l'orecchio e simboli scritti, che si vedono con l'occhio.
Da un punto di vista più pragmatico aggiungerei che è buona cosa abituarsi il più possibile e da subito a suonare leggendo lo spartito senza guardare (o guardando il meno possible) la tastiera. Così come fa (mi scuso per il paragone forse un po' prosastico) un buon dattilografo quando scrive. Per fare questo è necessario affinare una sensibilità tattile della tastiera. Un suggerimento semplice può essere quello di imparare a sentire la tastiera a gruppi di cinque più sette note per ogni ottava, ovvero di imparare a distinguere (senza guardare) le zone dove ci sono due tasti neri da quelle dove ci sono tre tasti neri e individuare tattilmente le singole note all'interno di tali sottogruppi.
Infine, a un livello superiore dell'apprendimento, è chiaro che una conoscenza della teoria musicale e, in particolare. dell'armonia aiuta moltissimo nella velocizzazione della lettura e nella decifrazione di situazioni musicali anche complesse. Per fare un esempio estremamente semplicistico: se si sta suonando un brano di Mozart in do maggiore (pieno periodo dell'armonia classica) e in una battuta la prima nota al basso della mano sinistra è un do, uno si aspetta che le note immediatamente successive nella battuta siano con molta probabilità delle note dell'accordo di do maggiore, ovvero un do un mi o un sol. Non serve più dunque leggere nota per nota. Succede qualcosa di simile a quello che tutti facciamo quando leggiamo una pagina scritta: non ci soffermiamo sul singolo carattere alfabetico, ma cogliamo con un colpo d'occhio una parola a volte gruppi di parole, magari incorrendo talvolta in errori, ma velocizzando in maniera drastica il processo di lettura.
Una profonda conoscenza teorica ma anche storica e sitlistica della musica è ciò che aiuta, per esempio, un direttore d'orchestra, che studia una sinfonia o un'opera, a sintetizzare con un colpo d'occhio degli eventi musicali scritti su di una pagina di partitura d'orchestra e a riprodurli in forma approssimata sul pianoforte. A ogni modo, per suonare il pianoforte per proprio diletto sapendo leggere con soddisfazione un brano di musica, non serve per fortuna arrivare a tali vette!