La quota comprende la spesa per ricerca e sviluppo sia pubblica che privata (circa metà a testa) e la diminuzione segnalata è dovuta a una diminuzione di entrambe. Negli ultimi tempi sulla stampa sono spesso apparse esplicite manifestazioni di insoddisfazione del mondo accademico per la politica scientifica del governo. In particolare le assunzioni di personale nell'università sono bloccate da due anni e minacciano di rimanerlo ancora a lungo. Quindi, anche se è prudente aspettare i dati ufficiali, è difficile credere che negli ultimi tempi per la ricerca non ci sia stato un ulteriore peggioramento della situazione.
Le diminuzioni di cui sopra possono sembrare non molto significative e qualcuno può pensare che non è il caso di menar scandalo per così poco (questo è forse il senso della domanda). Tuttavia occorre tener conto che colpiscono un settore, quello della ricerca, che è sottofinanziato da troppo tempo; ogni taglio incide nella carne viva. Il blocco delle assunzioni è forse nell'immediato l'aspetto più pericoloso. Esso danneggia direttamente i giovani, che non possono accedere ai posti che meriterebbero e spesso preferiscono restare all'estero. Ma indirettamente danneggia anche l'università e la ricerca italiane che hanno urgente bisogno di svecchiarsi (anche anagraficamente) e rinnovarsi.
Tuttavia, per capire la situazione drammatica della ricerca scientifica italiana, occorre guardare al problema in maniera più prospettica, cioè esaminarne l'evoluzione su un periodo di tempo significativo e confrontarla con quella degli altri paesi, soprattutto quelli più affini per stadio di sviluppo e ricchezza, cioè i paesi europei, gli USA e il Giappone. È quello che abbiamo fatto in "Ulisse" nella rubrica "Euroscienza".Basandoci su dati raccolti dall'UE, abbiamo confrontato la struttura degli investimenti per la ricerca scientifica, le spese per l'educazione terziaria, il numero di ricercatori, i brevetti e altri indicatori. Rinvio alla rubrica per una visione dettagliata dei dati. Qui posso solo riportare alcuni esempi. I dati si riferiscono in gran parte alla seconda metà degli anni Novanta.
L'Italia è agli ultimi posti per quanto riguarda la quota di finanziamenti alla ricerca sul PIL di cui si è parlato sopra, ma è ancora più indietro per quanto riguarda l'incremento di questa quota negli ultimi cinque anni disponibili. L'Italia è all'ultimo posto per numero di ricercatori sul totale di persone attive (meno del 3 per mille, la Finlandia ne ha il 13 per mille), ma si trova all'ultimo posto anche nell'incremento di questo dato negli ultimi cinque anni e, quello che è più inquietante, è l'unico paese con un incremento negativo. L'Italia si trova all'ultimo posto come numero di PhD (Dottorati di Ricerca). L'Italia è negli ultimi posti della classifica della bilancia tecnologica dei pagamenti, ma è all'ultimo posto nella variazione incrementale (anch'essa negativa) di questa classifica negli ultimi cinque anni. Si potrebbe continuare con questo elenco deprimente, ma mi fermo qui. Aggiungo solo alcune osservazioni di carattere generale.
In primo luogo, altri paesi, come Spagna, Portogallo e Grecia si trovano in posizioni arretrate nelle classifiche assolute, ma in quelle incrementali (che si riferiscono cioè ai progressi negli ultimi cinque anni) figurano quasi sempre, al contrario dell'Italia, nelle prime posizioni. Questi paesi cioè, pur partendo da posizioni iniziali più sfavorite dell'Italia, stanno facendo sforzi consistenti per uscire da uno stato di ritardo scientifico e tecnologico. In secondo luogo l'Italia in queste classifiche non è sempre in posizione sfavorevole, vedi il caso per esempio delle classifiche sulle citazioni dei lavori scientifici. Tuttavia, quando questo succede, è perchè esistono settori della ricerca scientifica italiana che mantengono nonostante tutto livelli di eccellenza. Si tratta cioè del lascito di un passato che potrebbe via via esaurire i suoi effetti benefici.
Per la ricerca italiana le prospettive future sono a dir poco allarmanti. Nel 2002 i capi di stato e governo europei si sono impegnati a destinare il 3 % del PIL per la ricerca e lo sviluppo entro il 2010 (il 2 % dal settore privato e l'1 % dal pubblico). Questo richiederebbe, per l'Italia, un aumento costante degli investimenti del 9 % per il settore pubblico e del 18 % per il settore privato (imprese). Come abbiamo visto sopra, gli investimenti italiani non solo non reggono questo ritmo di crescita, ma stanno addirittura diminuento in rapporto al PIL.
L'obiettivo del 3 % nel 2010 a questo punto è pura utopia. Si è parlato recentemente di declino industriale dell'Italia. Se è così bisogna parlare a maggior ragione di declino scientifico. L'Italia non ha certo una tradizione scientifica paragonabile alla Germania, Gran Bretagna o Francia, e ancor meno agli USA. Tuttavia ha una storia scientifica invidiabile con punte di assoluta eccellenza. Purtroppo quello a cui abbiamo la sfortuna di assistere in questi anni è il lento e apparentemente inarrestabile declino (rinuncia?) di questo ruolo sulla scena mondiale. Di fronte alla passiva accettazione di questa deriva è difficile sottrarsi alla raggelante impressione che il ceto politico italiano abbia dato per ormai persa e irrilevante la battaglia della ricerca e della innovazione.
Le giustificazioni non mancano: l'enorme debito pubblico italiano impedisce investimenti cospicui in ricerca e sviluppo, il distacco dai paesi leader è ormai troppo grande. Giustificazioni che, a prima vista, appaiono non prive di senso, non fosse che ci sono controesempi: il Belgio ha un debito pubblico i dimensioni paragonabili a quello italiano ma una politica scientifica estremamente aggressiva e delle prestazioni di alto livello per quanto riguarda le classifiche di cui sopra; la Finlandia, che anni fa non era certo un paese leader nella ricerca scientifica, sta raggiungendo livelli di assoluta eccellenza grazie ad uno sforzo e un impegno persistenti negli ultimi anni; abbiamo già accennato a Spagna, Portogallo e Grecia, ma l'elenco dei controesempi potrebbe continuare. Per l'Italia non è troppo tardi e non è troppo difficile. Ci vuole un po' di coraggio.