L'attenzione rappresenta il processo attraverso il quale la mente riesce a operare una selezione fra tutti gli stimoli che in un dato momento giungono ai sensi, permettendo solo a parte di essi di entrare nei livelli superiori di elaborazione dell'informazione. Ciò significa che la quantità di energia disponibile per portare avanti processi cognitivi è limitata e che la persona deve, in qualche modo, gestirla per utilizzarla nella maniera più funzionale possibile. Se, per esempio, ci troviamo in un locale insieme a un amico saremo in grado di concentrare la nostra attenzione su quello che il nostro interlocutore dice nonostante la presenza, spesso fastidiosa, di musica ad alto volume, di voci di altre persone, di luci intermittenti, e di odori non troppo piacevoli! Tutti gli stimoli su cui non si focalizza l'attenzione vanno a far parte dello sfondo. Ma basta volerlo e l'attenzione si potrebbe spostare dal nostro amico a qualsiasi altro suono. Quindi l'attenzione può essere concentrata su una sola fonte di informazione, ignorando al tempo stesso tutte le altre e si accompagna alla capacità di rilevare anche gli stimoli che non raggiungono il livello di coscienza per scegliere di spostare l'attenzione altrove.
Quello che è sicuro è che attraverso la concentrazione l'oggetto della nostra attenzione viene messo in risalto, assume in quel momento maggior valore rispetto al resto; le percezioni aumentano la loro intensità, le immagini acquistano maggior chiarezza, le reazioni diventano più rapide ed esatte (addirittura a volte sono anticipate, come per esempio quando in una gara si parte prima del segnale di start).
Altra certezza è che non è possibile possedere sempre un livello di concentrazione elevato; in alcune persone è massimo nelle ore del mattino, altre si concentrano più facilmente durante la notte. Il processo attentivo è accompagnato da fenomeni di concordanza in tutto l'organismo; se il compito da svolgere richiede un alto livello di concentrazione, facilmente rinunceremo a ogni movimento per risparmiare energia e per eliminare elementi di disturbo; spesso ci capita di contrarre i muscoli nella zona mimica oculare, specie il sopracciliare e il frontale, la pressione sanguigna cresce, il ritmo cardiaco e quello respiratorio si alterano, la secrezione salivare si modifica: insomma, siamo in uno stato di tensione. La risoluzione del compito comporta, quindi, uno stress psico-fisico. Ed è in tale ottica che possiamo analizzare il fenomeno del tamburellare sul tavolo con le dita, di ritmare il piede sul pavimento, di rosicchiare una penna o di giocherellare con la punta della lingua. Tali azioni comportano, in qualche modo, una scarica di energia superflua dovuta anche in certa misura alla condizione di immobilità in cui ci troviamo. Espedienti fisici che aiutano la concentrazione, tenendo lontani gli stimoli perturbatori, variano comunque a seconda dei soggetti (leggere ad alta voce, chiudersi le orecchie, seguire il testo con un dito).
Se consideriamo questo fenomeno come un indicatore dello stato emotivo del soggetto dovremmo brevemente accennare al discorso del comportamento non verbale che accompagna la vita di ciascuno di noi. Come dice la parola, definiamo comunicazione non verbale quel tipo di comunicazione che avviene senza parole; proprio come gli altri animali, l'uomo comunica stati d'animo e intenzioni attraverso la postura, i movimenti corporei e le espressioni mimiche del volto. Essa rappresenta anche una sorta di sfogo dato che, non essendo sottoposta a un controllo consapevole quanto il linguaggio verbale, lascia filtrare più facilmente i contenuti più profondi dell'esperienza della persona. Le mani possono produrre un altissimo numero di gesti molto espressivi e le ricerche svolte in questo campo fino a ora sono state tese a evidenziare che tipo di emozioni di volta in volta i gesti da esse prodotti esprimono. I gesti possono essere usati dal parlante con diverse funzioni: per illustrare ciò che si sta dicendo a voce o per sostituire il parlato; in questi casi siamo certi che essi svolgono la funzione di esteriorizzare uno stato interno, un atteggiamento. Ci sono però gesti involontari e spontanei che apparentemente non svolgono nessuna funzione specifica, e ciononostante sono evidenti a chi osserva, come per esempio il fenomeno che stiamo analizzando. Parliamo dei cosiddetti gesti adattatori, messi in atto inconsapevolmente e frutto di un apprendimento che risale all'infanzia. Sono gesti che aiutano il soggetto a controllare e bilanciare bisogni ed emozioni in particolari situazioni; abbiamo gesti auto-adattatori (contatto di una parte del corpo con un'altra, come toccarsi i capelli, grattarsi), alter-adattatori (movimenti di dare o prendere da un'altra persona) e infine oggetto-adattatori (contatto diretto con altri oggetti, come per esempio il nostro tamburellare sul tavolo).
Questi gesti sono automatici e spesso esprimono emozioni di disagio, ansia, tensione derivate al soggetto da contesti in cui è sottoposto a uno stress psico-fisico, come per esempio un compito difficile da svolgere in cui è richiesta un'alta dose di concentrazione.
Laureata in Chimica e con un dottorato in Scienze Chimiche, Laura Maria Raimondi insegna e svolge ricerche presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell'Università di Milano. Attualmente si occupa di modellistica molecolare, vale a dire della simulazione, con metodi computazionali, della struttura e del comportamento dinamico di molecole organiche e di biomolecole, nonché della loro reattività.