Ci sono delle affinità/diversità nel modo di intendere la trattazione di gioco linguistico in due autori esemplari come Ludwig Wittgenstein e Lewis Carroll?
Mi interessa sapere se tra i due esiste una qualche continuità di tipo interpretativo tenendo conto dei diversi aspetti di gioco (non senso, paradosso, contraddizione ecc.) e delle conseguenze che questi portano nei diversi campi della filosofia (logico, psicologico e del linguaggio).
I giochi linguistici di Wittgenstein, invece, non hanno niente a che fare col divertimento: non sono giochi nel senso di essere divertenti, o buffi, o umoristici, o disimpegnati. L'idea di Wittgenstein è che un linguaggio è come un gioco, nel senso che è un'attività governata da regole; pronunciare una frase è come compiere una mossa in un gioco del tipo degli scacchi; dire che un'espressione è dotata di significato, è come dire che è conforme alle regole del gioco; e così via.
Wittgenstein pensava che l'analogia tra linguaggi e giochi fosse illuminante, e per metterla in evidenza ha invitato a guardare a un'attività linguistica come a un gioco, un gioco linguistico.
Nato nel 1974 si è laureato in Filosofia della Scienza all'Università di Roma La Sapienza nel 1998, e ha conseguto il dottorato di ricerca in Storia della Scienza all'Università di Firenze nel 2003. Attualmente fa ricerca sulla storia e la filosofia delle scienze della vita alla Sezione e al Museo di Storia della Medicina dell'Università di Roma La Sapienza. È redattore di diverse opere dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, e collabora con diverse riviste di divulgazione scientifica ("Galileo", "Sapere", "Le Scienze") e con il gruppo Laser (Laboratorio Autonomo di Scienza Epistemologia e Ricerca), collettivo composto da ricercatori scientifici migrati nei cinque continenti, nato all’inizio degli anni Novanta dalle lotte studentesche dell’Università La Sapienza di Roma.