L'evoluzione fino all'Homo erectus

È possibile avere una descrizione dell'evoluzione dell'uomo fino all'Homo erectus?

Anonimo  
12 novembre 2003
Racchiudere in poche righe milioni di evoluzione della nostra specie non è facile e soprattutto è riduttivo. Cercherò di schematizzare le tappe più salienti cercando di ricostruire l'evoluzione del genere homo in relazione ai cambiamenti ecologici avvenuti.

Circa otto milioni di anni fa, la zona in corrispondenza della Rift Valley, in Africa orientale, subì degli sconvolgimenti tettonici; il fondo della valle si abbassò e le catene montuose che costituiscono il margine occidentale della valle si innalzarono, bloccando le masse di aria umida provenienti da occidente. Come conseguenza a occidente persistette un ecosistema di foresta umida, mentre il lato a oriente della Rift Valley, lungo il corso del fiume Omo, si andò progressivamente inaridendo lasciando posto alla savana.

La savana è caratterizzata da un ambiente arido e aperto, in cui la posizione eretta è un vantaggio in quanto consente, tra l'altro, di guardare più lontano, utilizzare le mani per trasportare oggetti o costruirne; al contrario, in un ambiente di foresta, la visuale è impedita dalla folta vegetazione e arrampicarsi sugli alberi è più importante che correre e costruire oggetti e il bipedismo non si rivela così utile. Così l'Africa orientale diventa il territorio di elezione per l'evoluzione del genere homo, ed è qui che si ritrovano i resti dei primi ominidi, appartenenti al genere australopithecus: molto più vicini alle scimmie che all'uomo, sono tuttavia incamminati su un percorso che giungerà fino a noi.

Il nostro antenato più antico, di cui si ha una documentazione fossile, è vissuto circa 4.5 milioni di anni fa, ed è rappresentato dall'Australopithecus ramidus (da qualcuno considerato addirittura una specie a se stante e catalogato come Ardipithecus), da cui si sono evoluti i diversi ominidi. Probabilmente il nostro antenato più famoso è l'Australopithecus afarensis, ritrovato in Etiopia nel 1974, nella piana dell'Hadar, e soprannominato Lucy. I resti, conservati attualmente al museo di storia naturale di New York, suggeriscono che Lucy fosse un individuo di bassa statura, ridotta capacità cranica, circa 400 centimetri cubi (molto vicina a quella delle scimmie), faccia massiccia e prognata, fronte sfuggente, un iniziale bipedismo e probabilmente una rudimentale capacità manuale. Non si conoscono strumenti appartenenti agli Australopithecus, ma è probabile che la loro industria fosse caratterizzata da strumenti in legno o osso, materiali facilmente degradabili e per questo non giunti fino a noi. Il fatto che Lucy ed i suoi familiari fossero bipedi è dimostrato anche dalle impronte fossili di Laetoli, in Tanzania, risalenti a 3 - 4 milioni di anni fa. Questa pista mostra un percorso fossile fatto da un gruppo di ominidi (forse due, forse tre) con andatura bipede e molto umana. Gli australopiteci successivi non si discostano molto da Lucy, a parte il fatto di avere uno scheletro più massiccio e di aumentare leggermente la capacità cranica. Le abitudini alimentari degli australopiteci erano soprattutto vegetariane, come dimostrato dalla robusta dentatura; dalla presenza della cresta saggittale (un rilievo osseo posto sulla sommità del capo, evidente soprattutto negli Australopithecus robustus e Australopithecus boisei) in cui si inserivano i robusti muscoli masticatori e dal torace ampio (adatto a contenere un lungo intestino).

La condizione umana si andò progressivamente delineando con la comparsa del genere homo di cui il primo rappresentante è l'Homo habilis, discendente dall'Australopithecus africanus, o dalla stessa Lucy,. In realtà, secondo alcuni l'habilis apparterrebbe al genere australopithecus tuttavia qui terremo per buona la sua appartenenza al genere homo. Ha un cranio più capiente dell'australopitecus (circa 650 cc) ed era capace di costruire diversi strumenti di pietra (industria oldowaiana). Visse circa 2,4 a 1,5 milioni di anni fa: presentava una faccia ancora primitiva e prognata, molari più piccoli rispetto ai suoi predecessori (comunque ancora molto più grandi degli esseri umani moderni), cranio più sottile con figura arrotondata con un rigonfiamento della zona della Broca (implicata nel linguaggio), ma che non sta a indicare che sapesse parlare.

La fase successiva è rappresentata dall'Homo rudolfensis che più che una specie a se stante rappresenterebbe una forma evoluta dell'Homo habilis, con cui convive tra 1,9 e 1,8 milioni di anni fa. Rispetto alle specie precedenti è più alto (circa 140 - 150cm), possiede un cranio che è più leggero e più capiente (775 cc); arcate sovraorbitarie più piccole e maggiormente integrate nel cranio, la faccia è più piana e meno prognata.

L'Homo erectus, la cui forma più arcaica è rappresentata dall'Homo ergaster, compare circa 1.6 milioni di anni fa sempre in Africa orientale. Di questa specie il ritrovamento più importante è quello fatto nel 1984 nella regione del Turkana orientale, in Kenia, soprannominato ragazzo del Turkana o di Nariokotome. I suoi resti, conservati di fianco a quelli di Lucy nel museo di storia naturale a New York, sono quelli di un adolescente maschio (forse 12 anni), alto (si pensa che se fosse diventato adulto avrebbe raggiunto 160 cm) con un cranio di ampie dimensione (1100 cc), bipede. La struttura del cranio, i denti e il torace (stretto e più corto di quello di Lucy) indicano un'alimentazione prettamente carnivora, quindi con abitudini di cacciatore (con tutto quello che ne consegue in fatto di legami sociali e intelligenza), inoltre sono stati ritrovati utensili più elaborati e raffinati (industria acheuleiana). Nonostante la presenza di un rigonfiamento in corrispondenza dell'area di Broca, altre caratteristiche anatomiche fanno pensare che non sapesse parlare.

Quella fatta qui sopra è una descrizione molto sommaria di quello che accadde; inoltre molti sono ancora gli interrogativi e ancora di più i capovolgimenti imposti dalle scoperte di nuovi fossili o dalle reinterpretzioni di quelli già esistenti tuttavia può essere un punto di partenza per eventuali approfondimenti.
Luigi Corvetti Università di Torino, Istituto di Neuroscienze "Rita Levi Montalcini Center for Brain Repair"

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