Dunque una stupita ammirazione per i nostri progenitori di tante migliaia di anni fa, circa 15 000 per Altamira, si impadronisce dello sguardo che contempla quei frammenti di una memoria lontana. Le immagini parietali paleolitiche che ammiriamo come opere d'arte sono senza dubbio qualche cosa che travalica l'arte stessa; esse sono piuttosto eidola, simulacro del nostro passato proiettate nel nostro futuro dalle viscere del tempo, dalla nostra cultura ancestrale. Il primo spaesamento che proviamo di fronte a esse è dunque temporale.
Siamo a circa ventimila anni fa: il giacimento archeologico della grotta di Altamira testimonia inoltre una frequentazione che si estende dal periodo soulteriano superiore fino al magdaleniano inferiore, ovvero tra i 18 000 e i 15 000 anni prima della nostra era. Un salto temporale così ardito pone due diversi problemi di dominio cognitivo: non solo la distanza temporale che ci separa sembra sfuggire alla nostra immaginazione ma è ancor più difficile comprendere a pieno come questo luogo sia stato frequentato per un periodo che supera la durata della nostra era. Ad Altamira operarono uomini come noi per una durata superiore a quella che ci separa dall'inizio del nostro modo di computare il tempo. Tuttavia non è solo un problema di comprensione temporale che si pone nell'osservare e anche ammirare questi artefatti: vi è un problema di senso tout court. Infatti per cercare di comprenderli li definiamo sbrigativamente arte senza sottilizzare su cosa possiamo intendere nel definirli così. Forse ciò significa solo che per noi oggi essi sono arte. Il termine arte assume in questo caso un senso vago, come una scatola vuota dentro cui gettare quello che non sappiamo come chiamare altrimenti, un suono più evocativo che designativo, un poco come il termine cosa, una casella vuota del rapporto tra significato e significante. Una casella che riempiamo oggi e che adattiamo a un nostro passato insondabile.
Credere che i valori estetici che oggi ci servono per definire l'arte abbiano avuto valore per i nostri diretti progenitori di migliaia di anni fa è certamente azzardato. Del resto però non ci rimane che l'immaginazione per cercare di comprendere il significato e il senso di questi imponenti cicli figurativi dato che non abbiamo nessun tipo di documentazione accessoria per comprendere il senso di queste immagini. Possiamo solo registrare che la figurazione compare molto prima che la scrittura, non sappiamo al contrario quale significazione accompagnasse queste rappresentazioni.
Possiamo invece comprendere la tecnica di realizzazione e anche lo sforzo di creazione di questi cicli figurativi che spesso illustrano pareti inaccessibili e dunque presuppongono l'erogazione di uno sforzo notevole per realizzarli. Certamente dunque dobbiamo ritenere che esse rappresentassero una attività di sicura rilevanza sociale. Uno sforzo collettivo, un grande sforzo collettivo doveva essere compiuto per raggruppare le risorse alimentari e tecniche necessarie alla loro realizzazione. Una porzione del patrimonio sociale dei nostri antenati veniva insomma destinata alla realizzazione di queste figurazioni che oggi noi definiamo arte paleolitica.
Le tecniche impiegate sono poi le più varie e variano dal disegno all'incisione, dalla pittura alla scultura e alla modellazione plastica. Il dominio di queste tecniche, dominio raffinato anche per la qualità di realizzazione, era un dominio figurativo compiuto e sicuro che comprendeva la rappresentazione della terza dimensione come ci mostrano il diptico dei bisonti nella sala Nef di Lascoux.
Dunque se molto ci sfugge di quello che fu l'orizzonte culturale di queste produzioni figurative, è chiaramente difficile dire se fu arte allora, ma certo lo è per noi oggi. Questo rende ancor più difficile dunque dire se negli ominidi in generale sia presente una attività di produzione artistica. Tuttavia possiamo attenerci ai fatti e notare come in alcuni casi non sporadici si siano ritrovati oggetti particolari in siti di frequentazione non sapiens. Si sono ritrovate per esempio alcune amigdale, sassi lavorati con particolare cura dove qualcuno ha visto un intento estetico. Si tratta di materiali databili circa 200 000-300 000 anni fa collocati in siti frequentati da ominidi. Sono stati ritrovati anche frammenti di osso con tacche e incisioni sempre databili a circa 350 000 anni anni fa. Se risaliamo nel tempo e arriviamo a epoche più recenti, circa 70-60 000 anni fa, i ritrovamenti ci testimoniano di piccoli depositi di pigmenti ocra e di macinelli in granito per polverizzare il pigmento. Senza trovare traccia di immagini possiamo pensare che fossero impiegati per colorazioni corporee; ancora più prossimi a noi, circa 45-35 000 anni fa troviamo monili fatti con denti di animali o ossi o corna lavorate, appartenuti all'uomo di Neanderthal.
Alcuni hanno ritenuto di interpretare questi manufatti come produzioni artistiche, ma come dicevo, ciò mi sembra un azzardo riduttivistico che impiega criteri di classificazione poco applicabili a questa nebulosa di immagini e di segni affiorata dal nostro profondo passato.