Sappiamo che la quantizzazione dello spaziotempo è una conseguenza logica di quanto appreso dalla fisica moderna. La teoria quantistica prevede l'esistenza di due costanti fondamentali, la lunghezza di Planck ed il tempo di Planck, che rappresentano le più piccole unità di tempo e di spazio oltre le quali non è possibile più parlare di fisica secondo i nostri attuali modelli. D'altra parte anche la radiazione più monocromatica è, in realtà (principio d'indeterminazione di Heisenberg), una sovrapposizione di onde con diversa velocità di fase. Ora, mentre per lo spettro visibile questo effetto è limitato, per un fenomeno visibile molto distante da noi, come l'esplosione della stella SN1994D (distante da noi 42 milioni di anni luce), ciò dovrebbe fornire un'immagine poco definita (per la perdita di coerenza) e formante una figura di diffrazione i cui valori minimi dipenderebbero proprio dalla quantizzazione dello spaziotempo. Invece Hubble ha ottenuto di questa esplosione un'immagine molto nitida che quindi non è giustificata dalla teoria. Come si spiega tutto questo? Come si può giustificare ciò alla luce del principio d'indeterminazione di Heisenberg?
Nato nel 1974 si è laureato in Filosofia della Scienza all'Università di Roma La Sapienza nel 1998, e ha conseguto il dottorato di ricerca in Storia della Scienza all'Università di Firenze nel 2003. Attualmente fa ricerca sulla storia e la filosofia delle scienze della vita alla Sezione e al Museo di Storia della Medicina dell'Università di Roma La Sapienza. È redattore di diverse opere dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, e collabora con diverse riviste di divulgazione scientifica ("Galileo", "Sapere", "Le Scienze") e con il gruppo Laser (Laboratorio Autonomo di Scienza Epistemologia e Ricerca), collettivo composto da ricercatori scientifici migrati nei cinque continenti, nato all’inizio degli anni Novanta dalle lotte studentesche dell’Università La Sapienza di Roma.