L'evoluzione vista da Stephen Jay Gould

La notizia della morte di Gould, grande paleontologo evoluzionista e divulgatore, è stata in parte come un fulmine a ciel sereno, era un teorico molto convincente. Ho letto che era un convinto darwinista: da quel poco che ho letto di lui, non mi sembrano proprio così le cose. Pur non contraddicendola, Gould sostiene che l'evoluzione si muove a scatti, sotto la spinta di eventi puntiformi nel tempo, spesso catastrofici, e che i piani anatomici animali si sono ridotti di numero drasticamente subito dopo l'esplosione vitale di Ediacara. Cosa mi potete dire al riguardo?

Ferdinando Moretti Foggia
30 maggio 2002
La morte di Stephen Jay Gould rappresenta una perdita incolmabile per la biologia evoluzionista di cui è stato uno dei più ferventi e lucidi sostenitori, contribuendo alla sua divulgazione e alla sua precisazione con un numero pressochi sterminato di scritti. Penso che chi lo ha letto o ha sentito le sue effervescenti conferenze (ho avuto il piacere di sentirlo, insieme ad alcuni miei studenti, alla Normale di Pisa pochissimi anni fa) sentirà a lungo la sua mancanza, anche se potrà continuare a ripensare ai suoi insegnamenti e a diffondere il suo pensiero, soprattutto fra i giovani; ritengo che Gould vada letto e fatto leggere soprattutto per l'invito reiterato che fa all'uso della ragione, per la lotta da lui intrapresa agli errori a cui porta il determinismo biologico e al mito mai sopito dell'evoluzione vista come progresso incessante.

Come lei afferma, Gould e Niles Eldredge nel 1972 hanno pubblicato, su"Models in paleobiology" un breve saggio dal titolo Gli equilibri punteggiati: un'alternativa al gradualismo filetico. Gli autori sostengono, convalidando le loro affermazioni con lo studio di reperti fossili, che la ricerca dei così detti "anelli mancanti" è vana in quanto le numerose discontinuità che si riscontrano nella documentazione fossile sono reali e non dovute al mancato reperimento degli stessi: "... la storia dell'evoluzione non è la storia di un dispiegamento lento e solenne, bensì la storia di una serie di equilibri omeostatici che solo "raramente" (ma in realtà con una certa frequenza, data la vastità del tempo a disposizione) sono perturbati da eventi di speciazione rapidi ed episodici..." (da Strutture del tempo, Hopeful Monster, 1991).

In buona sostanza, i due autori affermano che non esistono prove paleontologiche che confermano il gradualismo filetico. La teoria degli equilibri punteggiati è stata fondamentale per lo sviluppo e il chiarimento dei modelli evolutivi in quanto ha portato alla ribalta l'importanza dei dati paleontologici che vanno letti e interpretati per quello che sono in grado di dire e non vanno forzati. I dati paleontologici confermano che l'evoluzione non segue un solo modello: alcune sequenze paleontologiche mostrano cambiamenti graduali nel tempo, altre si mantengono stabili per lunghi periodi e poi subiscono cambiamenti improvvisi. In numerosi articoli e saggi successivi, tuttavia Gould afferma con forza che la polemica fra le due concezioni non è tanto sull'esistenza dei due modelli, che possono coesistere, quanto sulla frequenza relativa con cui si manifestano. Gould non esclude il ruolo della selezione, soprattutto a livello del processo che porta alla formazione di nuove specie (speciazione), ma ritiene che cambiamenti imponenti si siano realizzati nel processo di macroevoluzione che ha portato alla formazione di gruppi tassonomici superiori, per esempio quelli che dai rettili hanno condotto alla comparsa degli uccelli o dei mammiferi. D'altra parte il concetto di"rapido" o "lento" possono essere fuorvianti, in quanto poche migliaia di anni sono un'eternità per uno zoologo e un soffio per un paleontologo.

I dati abbondantemente riportati nello splendido saggio La vita meravigliosa (Feltrinelli, 1990), in cui viene analizzata la fauna di Burgess, evidenziano la presenza di estinzioni massicce, esperimenti non riusciti di realizzare "il sogno" di ogni organismo, che è quello di riprodursi, per parafrasare una bella metafora di Jacob; ci sono spugne, brachiopodi, trilobiti, echinodermi, molluschi, ma anche otto piani anatomici unici, cioè che non rientrano in alcun phylum animale noto.

Le estinzioni, secondo Gould, non sono sempre e soltanto dovute a incapacità di adattamento, ma possono essere causate da eventi imprevisti in grado di colpire alcuni e "salvare" altri. In un suo scritto che cito a memoria, afferma che una popolazione di formiche pur essere la più meravigliosamente adatta del pianeta, ma nulla puö se se per disgrazia viene tutta schiacciata dal piede di un elefante che per caso si trova a passeggiare da quelle parti...
Il passaggio da un periodo geologico all'altro è scandito da drammatiche estinzioni spesso provocate da eventi imprevedibili, come ne è esempio l'impatto di una meteorite (confermata dagli studi di Luis and Walter Alvarez) che segnò l'estinzione dei grandi rettili del mesozoico e lasciò aperta la strada all'affermazione dei mammiferi che per tutta l'era mesozoica avevano vivacchiato senza grandi speranze; insomma, la nostra presenza sul pianeta è dovuta ad un gran colpo di fortuna.

Gould era un darwinista? Essere pienamente darwinisti, dopo più di un secolo dalla pubblicazione dell'Origine della specie non ha ovviamente alcun senso; Darwin, per esempio, non conoscendo i meccanismi che sottendono all'eredità, accettava l'eredità dei caratteri acquisiti che nessun evoluzionista attuale condivide e quindi, secondo una visione schematica, non era lui stesso darwinista nell'accezione comune che diamo a questo termine. Se per darwinismo si intende la teoria della selezione naturale, si pur senz'altro affermare che Gould la condivide, anche se vi ha apportato significative correzioni; la sua profonda conoscenza degli scritti dello scienziato inglese lo hanno portato a sottolineare l'importanza di questo potente e pur semplice modello e a mettere in luce come lo"lotta" per l'esistenza fra gli organismi altro non sia che una potente metafora della "lotta" per il successo riproduttivo, per l'acqua per gli animali e le piante che vivono nel deserto, del tentativo incessante da parte degli organismi di adeguarsi a un ambiente in continua trasformazione. Una bella intervista con Gould è presente all'indirizzo web http://www.powells.com/authors/gould.html.
Brunella Danesi Associazione Nazione Insegnanti di Scienze Naturali (ANISN)
Il problema probabilmente non è se Gould fosse o meno un darwinista. Charles Darwin ha rappresentato un punto di svolta epocale e probabilmente mai più rinnovato nel mondo della scienza: in particolare per le Scienze naturali, ma di certo più in generale per la Scienza tutta. Ha introdotto la dimensione temporale lungo la quale si svolgono gli eventi dell'evoluzione dei sistemi biologici (sistemi complessi), una dimensione che per dirla proprio con Stephen Jay Gould ha la direzione e il senso di una freccia: ogni evento evolutivo biologico è distinto da tutti gli altri, unico e irripetibile. Diversa la situazione nelle scienze cosiddette esatte, dove il tempo si svolge assai più spesso lungo un cerchio, con eventi che si ripetono ubbidendo a leggi chiare, semplici, uguali a se stesse da... chissà da quando!?

Gould non ha stravolto la visione darwinista dell'evoluzione. Darwin non conosceva i geni, le regole dell'ereditarietà, il DNA. Gli evoluzionisti del Novecento hanno dovuto ricostruire i tasselli mancanti all'impalcatura darwiniana, per crearne una più moderna e robusta: la Nuova Sintesi. Gould era un "fedele" darwinista, ma come tutti i geni, gli "artisti dellascienza" diremmo, cercava spunti nuovi, nuovi angoli da cui osservare gli stessi fenomeni. Molti hanno sostenuto tra gli anni Settanta e la fine del secolo che gradualismo e saltazionismo sono solo due modi diversi di vedere gli stessi eventi. Il gradualismo darwiniano se accelerato in un tempo geologicamente assai breve, può dare origine a un evento saltatorio. Ma forse alla fine la lettura di Gould (che forse sarebbe meglio fare tra qualche anno, a mente fredda) piè veritiera è quella che lo vede come un brillante pensatore, un darqinista convinto, che non ha mai rinunciato a considerare spiegazioni parziali non già al darwinismo in toto, ma ad aspetti specifici. Non ha mai considerato il darwinismo come una dottrina che si accetta in toto o si rifuta.

E ancora oggi, e poi per molti anni e decadi davanti a noi, sarà possibile per gli scienziati porsi di fronte al pensiero scientifico molto, troppo passivamente alla rincorsa dell'informazione oggettiva, oppure con l'atteggiamento di un artista che è disposto a considerare possibilità strane e meno ortodosse.

Marco Oliverio Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo, Università di Roma La Sapienza, Roma

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