La nube avvelenata

Martina Recchiuti

In quell'attimo, proprio mentre stavo tornando di sopra, la cosa ci fu addosso. Eravamo come dei bagnanti, nell'acqua fino alle spalle, immersi improvvisamente da un'ondata. Sembrava che una mano invisibile mi avesse preso silenziosamente alla gola per spremere fuori lentamente la vita. Sentivo un'immensa oppressione sul petto, una grande rigidità nella testa, un fischio acuto nelle orecchie e lampi luminosi davanti agli occhi. Vacillai contro la balaustra della scala. Nello stesso momento, precipitandosi e buffando come un bufalo ferito, Challenger mi passò accanto, terribile da vedere con la sua faccia purpurea, gli occhi congestionati, i capello ritti. Sulle grandi spalle portava la piccola moglie, che sembrava priva di sensi, e caracollava con passo pesante su per le scale, vacillando e inciampando, ma trascinandosi con la forza di volontà attraverso quell'atmosfera mefitica verso il porto della temporanea salvezza.

Vedendo i suoi sforzi anch'io mi precipitai su per i gradini, arrampicandomi, cadendo, aggrappandomi al corrimano. Finché, semi incosciente, caddi a faccia in giù sul pianerottolo. Le dita di acciaio di lord John mi afferrarono per il bavero, e un attimo dopo venivo trascinato sulla schiena, incapace di parlare o di muovermi, sul tappeto del boudoir. La donna era stesa accanto a me, e Summerlee era raggomitolato in una sedia accanto alla finestra, con la testa che gli arrivava quasi alle ginocchia. Come in un sogno vidi Challenger, come un mostruoso scarafaggio, che strisciava lentamente attraverso il pavimento, e un attimo dopo sentii il debole fischio dell'ossigeno che usciva. Challenger respirò due o tre volte con enormi boccate, con i polmoni che ruggivano mentre inalava il gas vitale.
"Funziona!" esclamò esultante. "La mia teoria è stata verificata!".

Arthur Conan Doyle La nube avvelenata, Sugarco, Milano 1913, pp. 63-64
13 dicembre 2002
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