Stordito da un sogno

Elvira Giannattasio

Marianne non si mosse, come se non si fosse affatto accorta dei suoi auguri, del suo commiato. Fridolin le diede la mano, che lei non strinse, e, quasi in tono di rimprovero, ripeté: "Dunque, spero tanto che mi darà notizie della sua salute. Arrivederci, signorina Marianne". Lei stava là come impietrita. Fridolin uscì, si fermò un secondo sulla porta, quasi a concederle un'ultima possibilità di richiamarlo, ma lei sembrò piuttosto volgere il capo dall'altra parte, allora chiuse la porta dietro di sé. Una volta sul pianerottolo sentì qualcosa come un rimorso. Per un attimo pensò di tornare indietro, ma si rese conto che una decisione simile sarebbe stata oltre tutto molto ridicola.
Ma che fare ora? Andare a casa? E dove se no! Oggi non poteva ormai fare più nulla. E domani? Cosa? E come? Si sentiva impacciato, incerto, ogni cosa gli si vanificava tra le mani; tutto diventava irreale, persino la casa, sua moglie, la sua bambina, la sua professione, sì, persino lui stesso, mentre continuava a camminare meccanicamente nella sera coi suoi pensieri senza meta.
L'orologio della torre del municipio scoccò le sette e mezzo. D'altronde non importava che ora fosse: il tempo gli era completamente indifferente. Non provava interesse per nulla e per nessuno. Sentì una leggera compassione per se stesso. Molto fuggevolmente, non proprio come un proposito, gli venne l'idea di recarsi a una qualsiasi stazione, partire, non importava per dove, sparire per tutti coloro che lo avevano conosciuto, ricomparire in qualche luogo all'estero e incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse.
Si ricordò di certi strani casi clinici che conosceva dai libri di psichiatria, delle cosiddette doppie esistenze: un uomo spariva improvvisamente dalla vita normale, veniva dato per disperso, ritornava dopo mesi o dopo anni, senza ricordare dove era stato tutto quel tempo, finché in seguito qualcuno con cui s'era incontrato da qualche parte in un paese lontano lo riconosceva, ma lui non aveva più memoria di nulla. Casi simili si verificavano certo raramente, ma erano comunque provati. E in forma più lieve a più d'uno doveva capitare la stessa cosa. Per esempio dopo aver fatto un sogno? Certo, ci si ricordava... Ma sicuramente c'erano dei sogni che si dimenticano del tutto, dei quali non restava più traccia, tranne un certo strano stato d'animo, uno stordimento misterioso. Oppure si ricordavano solo più tardi, molto più tardi, e non si sapeva più se si era fatta un'esperienza reale o soltanto sognato. Soltanto... soltanto!

Arthur Schniztler, Doppio sogno,Piccola Biblioteca, Adeplhi, Milano 1977, pp. 95-97
20 settembre 2002
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