Il falso metro

Martina Recchiuti

Benché furtivo, il fruscio dei passi fu sufficiente; gli occhi di Méchain brillarono. Per averla sentita tanto spesso durante la convalescenza, aveva immediatamente riconosciuto quella maniera silenziosa di muoversi: Maria era lì! Nonostante la febbre, la scorse, radiosa e calma, luminosa come la Vergine nera di Montserrat. La pace. Seppe che anche lei era triste.
"Triste, Maria?"
"Sì, perché non siete venuto a trovarmi al vostro ritorno in Spagna; ci avevate dimenticato." Come per scusarsi, lui alzò il braccio destro, lo agitò debolmente per far vedere che funzionava benissimo. "Vedete, le vostre lezioni non sono state inutili." Poi tacque, guardò la finestra; nonostante la brina, attraverso il vetro ghiacciato distinse il cerchio iridato della luna piena. "Una bella notte. Ricordate?, era una notte come questa, l'eclissi. Non assisterò alla prossima... Avverrà il... " Crollà, sfinito. Salva non riuscì a trattenersi dal precisare: "Avverrà il 5 gennaio". Maria lo rimproverò con lo sguardo. Méchain, non avendo più la forza di aprire gli occhi, accennò con la mano a un gesto di riconoscenza: solidarietà fra astronomi.
Si appisolò. Poi a un tratto, qualche minuto prima dell'alba, come se avesse recuperato le sue forze, si raddrizzò: i manoscritti, voleva i suoi manoscritti! Ricordando di esserseli messi accanto, tastò il letto per cercarli. La mano vi si posò sopra, riuscì a sollevarli a fatica. Li tese ad Augustin. "Consegnali a Delambre! A nessun altro che a lui. Digli..." No, era troppo difficile da spiegare; non ne aveva la forza. Allora fece uno strano gesto con la mano per significare che la cosa non lo riguardava più. Si lasciò dolcemente scivolare sotto le coperte.

 

 

Accompagnato da Thérèse, Augustin consegnò a Delambre i manoscritti di suo padre. Thérèse e Delambre non si erano più visti dal giorno della presentazione del metro al Corpo legislativo. Lei portava un lutto discreto, ma la sua emozione era profonda. Il colloquio fu breve, solenne e contenuto.
Dopo averli riaccompagnati, Delambre diede ordine al suo segretario di annullare tutti gli appuntamenti.
I manoscritti erano disposti sul tavolo; c'erano tutti i registri, i taccuini, l'insieme degli appunti del suo collega. Delambre vi si immerse come in un'acqua di cui si desidera e si teme il contatto; subito la corrente lo trascinò via.
(. . .)
All'improvviso tutto oscillò, come quando durante un naufragio il mondo si capovolge. Era tardi, Delambre compulsava uno dei primi taccuini di Méchain, uno di quelli dell'inverno del '93, quando, voltando una pagina, scoprì alcune righe stupefacenti. Impossibile!
(. . .)
Tutti i calcoli, tutti i risultati, ogni cosa era stata stbilita sulla base delle misure di Montjuich: l'edificio era un complesso solidale. Se un pezzo, uno solo, fosse venuto meno . . .
(. . .)
Per un attimo, un attimo solo, arrestò la sua mente. Subito dopo, l'evidenza era lì, formulata in tutta chiarezza, tragicamente formulata: se le osservazioni di Montjuich si rivelavano erronee, il metro campione che giaceva negli Archivi della Repubblica era falso!

Dennis Guedj, Il meridiano, Longanesi, Milano 2001, pp. 314-316
23 agosto 2002
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